Le prime lezioni: cosa c’è in comune tra l’equitazione integrata e l’ippoterapia
Come abbiamo avuto modo di evidenziare in altri interventi vi sono presupposti completamente diversi tra la riabilitazione equestre, comunemente conosciuta come ippoterapia, e le altre attività equestri finalizzate all’aspetto educativo e relazionale attraverso lo sport, la ricreazione o la socializzazione.
E’ importante ricordare che esistono figure professionali specifiche e ben definite, il cui intervento è volto all’ottenimento di specifici obiettivi, in genere di tipo riabilitativo per alcuni, educativo e relazionale –alcune volte solo sportivo- per altri. Per maggiori chiarimenti consigliamo l’articolo “Dalla Terapia allo sport”.
Spesso il confine tra ippoterapia e pre-sport è molto sottile, soprattutto perché ad un certo punto dell’intervento “riabilitativo” viene utilizzata la tecnica equestre di base per l’ottenimento di obiettivi di tipo terapeutico; al contrario tante attività che vengono proposte nello sport “adattato” intersecano la ricerca di obiettivi riabilitativi per il raggiungimento del cosiddetto “gesto sportivo”.
Potremmo aprire un lungo e tortuoso dibattito su questo tema che risente ancor’oggi di un fraintendimento di base e pareri contrastanti tra i vari professionisti, molto più evidente dove una certa presunzione di superiorità non permette una chiara predisposizione alla collaborazione per problemi –forse- relativi alla storica e trasversale concorrenza di questi differenti approcci.
E’ ovvio che, in linea di principio, esistono delle condizioni intrinseche alla Persona “debole”, vuoi per patologie, vuoi per deficit o situazioni talmente compromesse dove è determinante un approccio di riabilitativo; all’opposto, vi sono altre soggettività per le quali lo sport –l’agonismo compreso- si rivela altrettanto efficace, forse più “terapeutico” della terapia stessa. Comune denominatore è la presenza di una Tecnico specifico in un contesto di lavoro d’equipe multidisciplinare.
Alla base dei differenti interventi vi è sempre la conoscenza della Persona e delle sue caratteristiche, della parte abile e di quella deficitaria, delle potenzialità di sviluppo di competenze e tanto altro ancora.
Senza questo fondamentale presupposto non è possibile individuare obiettivi realisticamente perseguibili, e di conseguenza la progressione per raggiungerli, secondo una metodologia che solo la competenza tecnica unita ad una solida esperienza fanno di un semplice tecnico un vero professionista!
In genere il primo avvicinamento al cavallo è proposto secondo una valutazione preliminare, detta “presa in carico”, che ha lo scopo di acquisire il maggior numero di informazioni sulla Persona atte a permetterne una migliore interazione nel nuovo contesto, alla presenza di una nuova figura di riferimento (il Tecnico) e nella relazione con il cavallo.
E’ questa una delle fasi più delicate perché se l’incontro non viene programmato nei minimi dettagli e secondo uno schema pianificato e dinamico atto a possibili modifiche dipendenti dalle risposte del cavaliere, il lavoro rischia di vedere un fallimento sin dalle prime battute.
Durante i primi incontri è un grave errore avere come obiettivo principale il montare in sella: soprattutto nelle fasi preliminari è opportuno, indispensabile, lavorare per il benessere del praticante, abbassando i livelli di ansia con richieste facilmente risolvibili per svilupparne autostima e piacere. Altro obiettivo da perseguire è la fiducia verso il Tecnico, attraverso una relazione empatica efficace per tramite la conoscenza del cavallo in tutti quei fondamentali lavori a terra che hanno lo scopo di saldare il coinvolgimento.
In queste fasi iniziali si giocano le carte più importanti di una relazione a tre (cavallo, cavaliere e mediatore-tecnico) che, se promossa al meglio, determinerà il raggiungimento di tanti altri obiettivi superiori in modo estremamente facilitato.
Anche in questi momenti si va a migliorare la conoscenza del nostro allievo che, attraverso proposte congrue alle sue caratteristiche motorie, intellettive o relazionali, avrà modo si sentirsi sempre più efficace nel nostro contesto di maneggio.
Interazione relazionale, orientamento spaziale, conoscenza e decodifica del comportamento dell’animale, “epimelesi” (ovvero il prendersi cura) attraverso il grooming, la somministrazione degli alimenti, il sellaggio e tanto altro ancora… Sono questi alcuni dei tanti obiettivi educativi che il Tecnico dovrebbe sempre avere in mente per il raggiungimento di competenze trasversali, non fini a se stesse per una efficacia totalmente “equestre”, ma per lo sviluppo di abilità spendibili nel mondo reale, quello della vita di tutti i giorni.
La generalizzazione delle competenze, insomma.
Vi possono essere praticanti per i quali è indispensabile un lungo lavoro a terra preliminare prima della “prima volta” in sella; altri per i quali si potrebbe sin da subito proporre un primo approccio a cavallo (alcune volte dovendo anche frenare eccessi di propositività, spesso sintomo di ansia o stress).
Personalmente ritengo importantissimo il non bruciare le tappe e procedere un passo alla volta, senza “ansie da prestazione” o temendo di avere il tempo contro di noi. Al contrario: il tempo in una relazione d’aiuto non deve essere l’elemento determinante il raggiungimento di obiettivi, proprio perché ogni praticante ha i suoi tempi, appunto. Il tecnico può solo comportarsi da facilitatore con una modalità relazionale di tipo assertivo, non certamente impositivo.
Se questi presupposti vengono rispettati vi sono ottime probabilità per un raggiungimento di competenze solide, raggiunte in progressione, e quando arriverà il momento della messa in sella tutto sarà molto più semplice!
Tutti questi aspetti sono ovviamente da considerarsi come linee guida puramente teoriche: operativamente ogni situazione ed ogni relazione mediata segue specifiche dinamiche che vengono gestite in funzione dell’esperienza, dello stile relazionale e di accoglienza del Tecnico, e dalle risorse a disposizione.
Un’ultima considerazione: qualunque attività di servizio verso l’altro dovrebbe essere lontana da presunzioni di eccessive certezze; deve prevedere un continuo e “sano dubbio” nell’operatore.
Solo in questo modo si riducono le possibilità di errore.
“Il miglior educatore è colui che parte da dubbi, non da certezze”





