Le attività a terra
La partecipazione alla vita di scuderia prevede la messa in atto di molteplici attività comunemente denominate “attività a terra”. Ne possono far parte ad esempio la pulizia dei cavalli, la preparazione del loro cibo, la manutenzione dei loro finimenti o la pulizia degli ambienti.
La tesi di fondo di questo articolo è quella di ribadire la necessità che queste attività non siano considerate elementi accessori, ma vere e proprie attività educative, parti integranti della proposta rieducativa che si vuole mettere in atto con l’aiuto del cavallo.
Una caratteristica importante dell’educazione è infatti quella di trasformare elementi dati per scontati o considerati comunemente di poco valore, in veri e propri strumenti educativi. L’educazione si potrebbe allora rappresentare come quel “cerchio magico” all’interno del quale ogni cosa, anche la più semplice, può diventare educativa, sempre a patto che ci sia un’intenzionalità alle spalle che spinga perché questa divenga tale.
In questo senso i gesti di cura messi in atto attraverso le attività a terra, seppur apparentemente semplici, se inseriti in una cornice di senso, hanno quindi la capacità di trovare significati nuovi rispetto a quelli già conosciuti; in fondo questo è l’obiettivo fondante l’Equitazione Integrata che, attraverso lo sport e la relazione mediata dal cavallo, recepisce un alto valore di tipo educativo per la generalizzazione delle competenze residue della Persona.
Durante le attività a terra il cavallo, il suo ambiente e gli oggetti appartenenti al suo mondo vengono ad assumere la funzione di destinatari di particolari cure e attenzioni da parte degli utenti. Il fatto che persone disabili attraverso queste attività imparino a prendersi cura di qualcosa o qualcuno che è altro da sé non è da considerarsi come un dato trascurabile.
Le persone con disabilità, infatti, tendono spesso a fare un’esperienza della cura come soltanto “subita” e mai “agita”.
Le attività a terra offrono al contrario alla persona disabile l’opportunità di decentrarsi e di sentire che altri possono dipendere dalle proprie cure, offrendo quindi l’opportunità di esperienza di padronanza di sé, di scoperta di potenzialità e di responsabilizzazione attraverso la messa in atto di comportamenti di cura eterodiretti.
Le attività di cura del cavallo dovrebbero inoltre essere articolate in modo da garantire una diversificazione dell’esperienza, permettendo così all’utente una messa alla prova e una sperimentazione di sé e delle proprie capacità, cosa talvolta negata all’interno di ambienti familiari e di vita di molte persone disabili, nei quali un’iperprotettività eccessiva lascia talvolta ridotti o assenti spazi di autonomia e di sperimentazione di sé.
Questa graduale messa alla prova di sé e scoperta delle proprie potenzialità passa anche attraverso una basilare presa di confidenza con il cavallo e nella capacità di imparare gradualmente ad usare correttamente alcuni strumenti quali la striglia, la brusca, il nettapiedi, il pettine o la spazzola. Un efficace utilizzo di questi strumenti richiede conoscenza, abilità, coordinazione, forza, equilibrio, precisione, ma anche un trasporto affettivo verso il cavallo e un valido senso di sé per superare paure e sensi di incapacità. Importante a questo proposito risulta la scelta da parte dell’operatore degli strumenti da utilizzare e delle attività da proporre.
Questi deve infatti considerare la disabilità fisica e\o intellettiva degli utenti per cercare di far emergere nel miglior modo possibile le capacità residue e per evitare di proporre attività che causerebbero l’insorgenza di frustrazioni inutili e non superabili dalla condizione di partenza.
Al contrario invece esperienze pensate, ben strutturate e “su misura”, hanno come conseguenza l’accrescimento della consapevolezza di essere in grado di assolvere un compito, con conseguente soddisfazione e autovalorizzazione della persona disabile.
Risulta infatti essenziale per il raggiungimento di qualsiasi scopo pensare esperienze affrontabili con gli strumenti di cui il soggetto è a disposizione, esprimibili attraverso un linguaggio comprensibile e che non prescindano dalla condizione esistenziale del soggetto ma che anzi usino questa come punto di partenza.
Solo partendo da questo presupposto è possibile offrire al soggetto l’opportunità di lavorare su di sé, ed in particolar modo ad esempio sull’incremento della propria capacità di espressività, sul rafforzamento del legame empatico con il cavallo, sul miglioramento della propria mobilità corporea e sull’acquisizione o l’incremento di “abilità integranti”.
Per “abilità integranti” si vuole qui intendere l’acquisizione o il perfezionamento di abilità utili nella vita quotidiana (come ad esempio il saper utilizzare un coltello), ma anche, allargando lo sguardo, l’acquisizione di strumenti (come la capacità di collaborazione e di comunicazione) necessari per una vita sociale vissuta in modo attivo e da protagonista.
Ogni proposta educativa ha infatti a che fare con la possibilità di determinare cambiamenti, di dar luogo ad apprendimenti che, se realmente tali, non possono essere incisivi solo in un determinato ambito, ma che coinvolgono l’intera esistenza della persona. A questo proposito di grande rilevanza risultano essere anche le modalità di esecuzione di queste attività di cura, ovvero il fatto che queste attività possano essere svolte in gruppo.
All’interno del gruppo per il soggetto disabile è infatti possibile sperimentare come la cooperazione abbia la capacità di incrementare il successo individuale, rendendo possibile con l’aiuto degli altri ciò che da soli non si può fare. All’interno del gruppo è possibile inoltre sperimentare le capacità acquisite, verificandone l’efficacia attraverso il confronto con gli altri. In gruppo viene spesso richiesto dall’educatore di proporre iniziative e di ascoltare quelle degli altri, mentre le regole di comportamento già acquisite (non gridare, rispettare le precedenze, chiedere permesso) acquistano un valore ancora maggiore. L’esperienza del gruppo, in definitiva, offre l’opportunità al soggetto disabile di acquisire competenze diverse, che possono incrementare le capacità sociali e relazionali di partenza.
Importanti risultano poi i luoghi nei quali le attività vengono svolte.
La scelta dei luoghi da parte del Tecnico deve avvenire in base ad alcune necessità (come ad esempio il contenimento, la vicinanza\lontananza dai genitori o la presenza\assenza di rumori) o ad altri obiettivi specifici. E’ importante quindi per l’operatore conoscere i luoghi e gli effetti del loro utilizzo, così che la scelta tra questi non sia casuale o dettata dall’abitudine ma sia consapevolmente presa a seconda dell’obiettivo che ci si è posti.
Il fatto poi che queste attività abbiano la caratteristica di essere svolte all’aria aperta, in un ambiente naturale come può essere quello del maneggio, contribuisce a promuovere il recupero dei valori della natura e della relazione uomo-animale. Questi valori che al giorno d’oggi lentamente vanno perdendosi a causa degli scarsi i tempi di contatto che abbiamo con la natura, devono rimanere sempre al centro di una particolare attenzione.
Essenziale è infine definire il ruolo giocato dall’operatore nell’accompagnare l’utente nello svolgimento delle attività a terra. Questi deve aiutare l’utente a vincere le proprie riluttanze, attutendo le ansie e rinforzando i successi.
L’operatore in ultima analisi acquista valore in questo ambito dal punto di vista professionale quanto più riesce ad essere un mediatore, un collegamento, ad esempio tra l’esperienza e la possibilità di apprendere da questa, tra il mondo del cavallo e quello della persona disabile.
Spesso, presi dall’ansia di trasferire nel soggetto ciò di cui non dispone, per colmare le gravi differenze tra ciò che ha raggiunto e ciò che avrebbe dovuto raggiungere in relazione alla sua età anagrafica, siamo portati a riempire, a pretendere che l’altro ci segua in un percorso da noi prestabilito. Offrire lo spazio per la crescita vuol dire invece non tanto un trasferimento di competenze lungo un percorso di traguardi prefissati quanto invece rendere la possibilità all’altro di sperimentarsi in uno spazio facilitato e definito, occupato dall’operatore non come protagonista ma come attento mediatore.
Partire da questo assunto può aiutare l’educatore a non utilizzare dei “mezzi impropri”, ovvero quei mezzi che sostanzialmente riducono l’handicap senza alcuna collaborazione con chi lo vive in prima persona. Resta invece fuori dubbio il fatto che chi ha un deficit vive la situazione di handicap come protagonista, ed è quindi necessario intendere la riduzione di handicap come un percorso da compiere insieme e non come un’imposizione.
In quest’ottica risulta essenziale ricordare che nel nostro lavoro “il fattore determinante non è il raggiungimento forzato di traguardi fisici, ma il controllo che la persona con disabilità riesce a raggiungere nella vita di ogni giorno. Il grado di disabilità non determina infatti il grado di indipendenza che una persona raggiunge.” (S. Brisenden)
Nicoletta Tortora, Educatrice Professionale ed Operatrice di Equitazione Integrata EQUITABILE®
Il valore del volontariato, della socializzazione e del rispetto della diversità come strumento di crescita.
Volontario, l’esempio giusto
“Volontario è la persona che, adempiuti i doveri di ogni cittadino, mette a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per gli altri, per la comunità di appartenenza o per l’umanità intera. Egli opera in modo libero e gratuito promuovendo risposte creative ed efficaci ai bisogni dei destinatari della propria azione o contribuendo alla realizzazione dei beni comuni.”
(Principio costituente della Carta dei Valori del volontariato)
Dagli ultimi rapporti sul volontariato in Italia , curato dall’Osservatorio nazionale, emerge una diffusione del volontariato più equilibrata sul territorio nazionale; diminuisce la differenza della solidarietà organizzata nelle diverse aree del Paese; cresce l’espressione della cittadinanza attiva, perchè la nascita delle organizzazioni è sempre più caratterizzata dall’iniziativa di gruppi di cittadini rispetto alla tradizionale capacità di affiliazione delle centrali nazionali del volontariato o della promozione ecclesiale. L’identità dei gruppi si definisce più nel servizio e nella tensione verso obiettivi e risultati comuni, più che nella condivisa origine culturale o in una comune visione del mondo, laica o confessionale che sia.
Il settore del volontariato è più strutturato. Le organizzazioni sono sempre più formalizzate, 96 su 100 hanno uno statuto; sono registrate con atto pubblico; dispongono di almeno due organi di governo; la maggioranza ha anche un regolamento interno con cui definisce procedure e linee-guida di azione per gli aderenti.
Si conferma la collocazione principale delle organizzazioni di volontariato nei tradizionali settori delle attività socio-assistenziali e sanitarie. Tuttavia cresce l’incidenza percentuale delle organizzazioni che operano nei settori della partecipazione civica, in particolare negli ambiti della protezione civile, cultura, educazione e promozione sportiva e ricreativa, dando conto di una maggior presenza e impegno attuale del volontariato in tutti i campi del sociale.
Proprio nell’Anno Europeo del Volontariato desideriamo contribuire a sensibilizzare il più alto numero di lettori nell’importanza di sviluppare una rete di partecipazione attiva, soprattutto in un periodo storico dove le differenze sociali ed economiche tendono ad inasprirsi ed a tagliare sempre più di netto il segmento ricco da quello povero, gli inclusi da coloro a rischio di emarginazione.
In questo senso il valore del Volontariato diventa una vitale occasione di contributo nella coesione sociale.
Volontariato = altruismo
Perché ci comportiamo in maniera altruistica?
“L’altruismo è la tendenza alla cura degli altri, che sostituisce in modo costruttivo e gratificante altre tendenze inconsce; è il trarre piacere dal fare agli altri quanto si vorrebbe che gli altri facessero a noi stessi”
Non tutte le persone aiutano gli altri in egual misura, né sono portate ad aiutare in qualsiasi occasione. Siamo più altruisti quando abbiamo chi ci dà il buon esempio, quando siamo in uno stato d’animo positivo, quando capiamo, sentiamo e condividiamo le emozioni dell’altro, quando non abbiamo fretta né grossi impegni da portare a termine, e quando siamo stati responsabilizzati.
Noi ci comportiamo altruisticamente per molte ragioni: tanti lo fanno per non sentirsi in colpa o perché si sentono legati emotivamente ad un loro simile, si mettono nei suoi panni e vogliono migliorarne la vita; altri sono altruisti per il piacere personale che ne traggono, occuparsi del benessere alrtui contribuisce, infatti, notevolmente a creare il benessere proprio.
Non siamo programmati ad aiutare ad ogni costo il prossimo, fin dalle prime fasi dello sviluppo è bene far capire al piccolo l’idea di “altri” e di adoperarsi per loro, tutto sta nell’insegnargli tale idea o, meglio, nel sapergli dare l’esempio più adeguato.
Empatia e altruismo
Empatia è la capacità di condividere le emozioni degli altri. Quando il piccolo comincia a prendere coscienza di sé e dei propri stati emotivi, comincia anche a cogliere le emozioni degli altri. Già poco dopo il primo anno di vita si hanno dei segni di empatia , ma le manifestazioni più evidenti si hanno tra i 18 e i 24 mesi, quando il bambino tende ad abbracciare chi si dimostra addolorato. Fino ai sei – sette anni, l’attitudine a mettersi nei panni degli altri progredisce. Nel periodo della scuola elementare, le risposte empatiche si affinano: il bambino interpreta meglio i sentimenti altrui, distinguendo una varietà più ampia di emozioni.
Con l’adolescenza emerge un livello di empatia più generalizzato: il ragazzo risponde non solo alla situazione immediata, ma anche alla situazione generale dell’altro.
In campo infantile, Gian Vittorio Caprara, psicologo della personalità all’Università La Sapienza di Roma, ha dimostrato che i bambini che aiutano i compagni hanno un percorso scolastico brillante e riescono a controllare meglio le tendenze aggressive e depressive.
Il bambino deve imparare a soddisfare i propri bisogni, ma deve anche comprendere che altri esseri hanno le stesse esigenze. Bisogna insegnargli quindi ad essere cosciente e riconoscente delle cose ricevute e a condividerle con altri e ad impegnarsi ad aiutare chi ha bisogno ricordandogli che il semplice dispiacersi non risolve i problemi, mentre questi vengono risolti con l’azione.
Il processo di socializzazione
“Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la solitudine, come comunicare con gli altri.”
(Cesare Pavese)
Cosa si intende per socialità? È la tendenza innata a sviluppare legami con gli altri, il bisogno fondamentale di appartenere ad un gruppo. Pur essendo una tendenza comune a tutti gli esseri umani, le differenze di personalità e la varietà delle situazioni portano ciascuno a sviluppare modi diversi di comportarsi nei confronti degli altri.
L’uomo non è sufficiente a se stesso; da solo non può vivere, non può fisicamente e psicologicamente svilupparsi, non può perfezionarsi. Essendo per costituzione un essere sociale deve vivere in una società dove si manifesta nella sua intima essenza, si svolge, si sviluppa, si esprime per mezzo del linguaggio. Fuori di essa l’uomo non avrebbe coscienza, né ragione, né immaginazione, né moralità, né sentimenti, né la consapevolezza di vivere. La socializzazione è l’espressione della vera natura dell’uomo che è tale solo in quanto si trova insieme ad altri esseri, agisce nei confronti dei suoi simili e ne riceve le azioni, è in continua interazione con gli altri e con l’ambiente circostante. Da ciò deriva il motivo per cui il processo di socializzazione investe ogni aspetto della vita, del lavoro, dello svago, degli affetti, cioè, ogni aspetto in cui è presente l’uomo con le sue qualità, i suoi attributi, le sue caratteristiche.
Da queste considerazioni balza evidente la necessità che la società progetti e realizzi per le nuove generazioni piani di educazione capaci di consolidare la propria compagine, di aiutare i giovani a formarsi una coscienza civica e sociale e di comportarsi in ogni manifestazione della vita secondo i migliori principi di socialità.
Nel processo di socializzazione grande importanza spetta alla scuola con le sue leggi, le sue impostazioni, i suoi spazi, le sue strutture. I problemi educativi delle nuove generazioni devono essere affrontati e rivisti unendo i contributi di settori diversi, ma convergenti, il cui oggetto comune è l’educazione, cioè il processo formativo degli esseri umani mediato dalle influenze ambientali di carattere fisico, ma soprattutto psicologico, morale e ideologico.
Diversità
“Vivere in qualsiasi parte del mondo oggi ed essere contro l’uguaglianza per motivi di razza o di colore è come essere in Alaska ed essere contro la neve.”
(David Hume)
Ciascuno di noi appartiene a una famiglia e ad un certo territorio e se questo territorio è lo stesso in cui sono nati i nostri genitori e i genitori dei nostri genitori, abbiamo accanto persone che parlano la stessa lingua, vestono allo stesso modo, mangiano lo stesso tipo di cibi, hanno più o meno le stesse idee su ciò che è bene e ciò che è male, possono avere e praticare la stessa religione, hanno le stesse regole di cortesia, obbediscono alle stesse leggi, nelle scuole vengono insegnate le stesse nozioni scientifiche, artistiche, storiche. Questo insieme di credenze, abitudini, opinioni, è quello che si chiama una cultura. Per rendere un ragazzo cosciente della propria identità culturale, bisogna mostrargli immagini di persone che hanno una identità culturale diversa.
Se non ci fossero differenze, non potremmo capire chi siamo noi: non potremmo dire “io” perché ci mancherebbe un “tu” con cui confrontarci.
La constatazione della differenza può anche indurci a migliorare noi stessi: una delle molle principali dell’apprendimento è l’imitazione dei comportamenti altrui.
Nel bambino piccolo, ciò che appare diverso suscita contemporaneamente curiosità e timore: per istinto di esplorazione, il bambino è attratto verso l’ignoto, per istinto di protezione diffida di ciò che è sconosciuto. Di fronte ad una persona il cui colore della pelle è diverso dal proprio, o che indossa abiti che appaiono insoliti, un bambino di tre o quattro anni esprime curiosità, perplessità e diffidenza e osserva il comportamento degli altri per capire quale è l’atteggiamento da assumere. Spesso il comportamento successivo del bambino è influenzato, più che da ciò che gli adulti dicono, dalle cose che fanno.
“Uguaglianza significa che tutti hanno diritto di essere diversi l’uno dall’altro.”
(William Faulkner)
“Una volta accettato il principio dell’uguaglianza, ci si accorge che, al di sotto delle superfici, le persone sono biologicamente molto simili tra loro. La maggior parte delle differenze tra, diciamo, un aborigeno australiano e uno svedese, riguardano i caratteri fisici esteriori (e naturalmente i tratti culturali), mentre gli organi interni sono esattamente gli stessi. Ne deriva che tutti gli esseri umani devono affrontare gli stessi problemi fondamentali: solo che ogni gruppo elabora risposte diverse per rispondere a tali esigenze comuni”
(Umberto Eco)
Rispettare le differenze vuol dire ammettere che tutti gli esseri umani sono uguali. Tutti abbiamo diritti e tutti abbiamo doveri.
Ogni individuo (uomo, donna o bambino) ha diritto di nutrirsi, di dormire, di muoversi liberamente, di amare chi vuole, di esprimere le proprie idee, di coltivare i propri interessi e i propri gusti personali, naturalmente a patto di non impedire agli altri di fare altrettanto. Per garantire che tutti gli esseri umani godano dei diritti fondamentali, bisogna però privarsi di una parte della propria libertà personale. Non è sempre facile trovare un equilibrio che garantisca a ognuno di mantenere intatte le proprie abitudini senza interferire con quelle degli altri, ciascuna delle parti deve essere disposta a fare qualche rinuncia.
Per mantenere alta l’opinione che ha di se stesso, l’individuo tende ad esaltare l’immagine che ha del proprio gruppo di appartenenza, e contemporaneamente a svalutare quella degli altri gruppi in competizione con il proprio.
Una persona realmente equilibrata non si sente minacciata da ciò che è diverso. Al contrario, la persona debole ed insicura ha paura di ciò che non conosce e che non capisce, perché il confronto con la diversità rischia di mettere in crisi le sue certezze acquisite. Mentre cerca protezione nel proprio gruppo di appartenenza, l’individuo debole può assumere un atteggiamento ostile nei confronti dei diversi e a questo punto subentrano la tolleranza e il razzismo. Infatti, laddove un atteggiamento di apertura verso lo “straniero” rischierebbe di rivelargli che il suo modo di vivere è solo uno dei tanti possibili, il rifiuto preconcetto delle differenze gli regala l’impressione rassicurante di essere in possesso dell’unica verità possibile.
L’intolleranza è anche pensare che tutti gli appartenenti ad una cultura abbiano gli stessi difetti. Il ricorso al pregiudizio è una forma acuta di pigrizia mentale che evita la fatica di giudicare un individuo in base alle sue azioni, di capire le sue ragioni e di metter in gioco se stessi nell’incontro con gli altri. Nella vita quotidiana, tutti noi tendiamo a formarci delle categorie mentali per classificare il mondo, dopodichè attribuiamo a ciascun gruppo una serie di caratteristiche tipiche, alcune delle quali sono condivise da quasi tutti i membri del gruppo, altre sono il frutto di una generalizzazione indebita, se non addirittura un’invenzione.
Il primo modo di reagire negativamente alla diversità è considerare i diversi come persone coi quali non dobbiamo avere a che fare. Il secondo modo è l’offesa verbale. Il fatto di ridere degli altri, di per sé, non costituisce un grosso problema, a patto che si sia disposti a ridere tranquillamente anche di se stessi. Dall’irrisione malevola alla persecuzione il passo non è poi molto lungo.
Altruismo, socializzazione, diversità: perché in età scolare
“Il solo fine della vita è essere quello che siamo e diventare quello che siamo capaci di diventare.”
(Robert Louis Stevenson)
Gli anni della scuola elementare sono caratterizzati da tre aspetti:
- L’empatia e l’altruismo,
- Il passaggio della relazione a due a quella di gruppo,
- La formazione del senso di operosità.
Di empatia e altruismo abbiamo già parlato nei precedenti paragrafi. E’ in questo periodo che il bambino esce dall’egocentrismo e distingue una varietà più ampia di emozioni, arrivando a provare diverse emozioni contraddittorie, è capace di partecipare sia al dolore fisico che al senso di vergogna e di disagio provati dall’altro e può anche rendersi conto che questo non vuole essere aiutato.
Durante gli anni della scuola elementare la vita sociale si sviluppa al massimo, specialmente durante il settimo anno,i bambini tendono a raggrupparsi spontaneamente ed esprimono il desiderio di stare con gli altri. Eccoci quindi alla formazione del gruppo.
Il gruppo di coetanei ha un ruolo importante in questi anni, perché fornisce al bambino soddisfazioni immediate ( si rifugia tra i coetanei con i quali trova molte più occasioni per mostrarsi grande ed essere accettato come tale) e perché ne completa l’integrazione nel più vasto mondo sociale.
In età scolare, il bambino vuole che gli si insegni come cavarsela nelle cose pratiche e come agire con gli altri, egli ha interesse nel fare le cose ed in questo modo affronta il passaggio verso l’operosità, cioè il considerarsi un lavoratore, uno che porta un contributo, uno che si unisce agli altri per giungere ad un obiettivo.
Perché allora l’equitazione integrata?
“Quasi tutto l’apprendimento avviene fuori dell’ aula scolastica.”
(Herbert McLuhan)
- L’ambiente è ricco di stimoli e facilita l’apprendimento;
- La presenza dell’ animale responsabilizza, prendersi cura di lui stimola l’empatia;
- Malgrado le diversità, trovarsi in situazioni nuove per tutti ci rende uguali;
- Il cavallo si offre come strumento per analizzare le tradizioni equestri del territorio e del resto del mondo, consentendo di verificare uguaglianze e diversità, divenendo punto di unione tra le diverse culture;
- L’utilizzo del cavallo favorisce l’uso e la lettura del linguaggio non verbale, stimolando la socializzazione;
- Consolida l’autostima;
- Favorisce il lavoro di equipe;
- Permette, anche a chi a scuola ha problemi, di dimostrare le proprie abilità.
“Spesso è facile indovinare come progredirà un popolo dalla cura che ciascuna generazione ha per quella successiva.”
(Urie Bronfenbrenner)
Lucia Roffino, Operatrice Superiore di Equitazione Integrata EQUITABILE®
Le Regole di Scuderia
L’Equitazione Integrata, vissuta come serio percorso educativo rappresenta un naturale ed entusiasmante divenire affettivo – emozionale che è il prodotto di un’interazione tra l’allievo ed il cavallo per mezzo della mediazione dell’Operatore Tecnico.
Per educare non è necessario solo sapere ed avere obiettivi individualizzati per l’ottenimento di risultati apprezzabili e la loro verifica; è fondamentale l’utilizzo consapevole e bilanciato di una metodologia socratica che ha lo scopo di far emergere la persona attraverso un vissuto esperenziale fatto di conoscenza e piacere della scoperta.
Le Regole sono importanti, fondamentali per il raggiungimento di obiettivi solidi per una maturazione serena ed equilibrata del nostro allievo. Per renderle efficaci è però necessaria convinzione, coerenza e condivisione.
Ogni ambiente prevede specifiche Regole, e il contesto equestre risulta particolarmente facilitante proprio perché la motivazione ed il piacere nello stare a diretto contatto con i cavalli sviluppa una maggiore capacità di adattamento, con conseguente generalizzazione delle competenze alla vita di tutti i giorni.
Che si tratti di monta inglese o monta americana, stare in una scuderia è un piacere e, proprio perché deve essere un piacere per tutti, vi sono alcune regole fondamentali da rispettare per mantenere il benessere e, soprattutto, la sicurezza di persone ed animali!
Di seguito elenchiamo in modo sintetico le più importanti.
I cavalli sono animali molto sensibili che hanno una visione propria del mondo e dell’interagire con questo in un modo molto diverso dal nostro. Infatti un bravo istruttore deve sempre tenere a mente che cavallo e cavaliere sono due “teste” che ragionano sulla stessa cosa in modo profondamente diverso. Rispetto ad uno stesso stimolo cavallo e cavaliere percepiscono e reagiscono in modo nettamente differente: dinanzi ad un pericolo l’uomo istintivamente attacca, mentre il cavallo, viceversa, tende a fuggire.
È bene ricordare che per la serenità del cavaliere, del cavallo e di tutte le persone che a questo si avvicinano, ci sono comportamenti da evitare. Un cavallo spaventato, che cerca di fuggire, può rappresentare un vero e proprio pericolo per chi gli è accanto, e se non si pone rimedio, creando condizioni favorevoli alla sua serenità, l’inquietudine iniziale potrebbe trasformarsi in una situazione di difficile gestione. Un cavallo tenuto a lungo in condizioni per lui stressanti reagisce allo stesso modo di una persona sottoposta per troppo tempo ad una condizione di terrore psicologico! Come reagisce una persona terrorizzata? Normalmente senza logica! Così fa il cavallo! Corre, scalcia e si dimena rispondendo ad un unico fattore: la paura.
È bene, quindi, evitare di correre per i corridoi o fare bruschi movimenti, poiché comportamenti simili oltre a spaventare i cavalli nei box, con il rischio che si facciano male, può rappresentare un pericolo anche per i cavalli legati in corridoio. Questi, infatti, percependo il trambusto come una minaccia possono reagire in modo impulsivo mettendo a repentaglio l’incolumità delle persone che gli sono accanto.
I modi di reagire del cavallo possono essere ritenuti a volte eccessivi, e normalmente vengono imputati al fatto che “sono animali”, ma come reagirebbe una persona se qualcuno entrasse in casa propria iniziando a schiamazzare invadendo la propria privacy? Quanto meno redarguirebbe l’invasore invitandolo al rispetto e, all’occorrenza, non esiterebbe ad usare la forza. Bene, in definitiva lo scalpitare del cavallo può rappresentare il suo modo di richiedere rispetto. Estendendo questa riflessione ad una possibilità di apprendimento pedagogico, accompagnare la persona, normodotata o meno, all’interno della stalla e nello specifico in un box, invitandola a non fare chiasso, è già di per sé un momento di crescita certamente non trascurabile.
Allo stesso modo con cui si è voluto richiamare l’attenzione su cosa è bene evitare, è opportuno ricordare che spesso la reazione istintiva del cavallo può essere attenuata e trattenuta dalla “fiducia”. È la fiducia, infatti, che permette ai cavalli di “comprendere” e “accettare” la vivacità dei bambini, o i comportamenti di una persona diversamente abile, tanto da consentirgli di sostenere i loro movimenti, a volte rapidi ed imprevedibili, riuscendo a mantenere la calma.
Sempre per un discorso di sicurezza, ma anche di benessere e di igiene dell’ambiente, è altresì opportuno ricordare che non si dovrebbero lasciare in giro attrezzature e finimenti dei cavalli, così come attrezzature e strumenti personali. Mantenere in ordine gli ambienti, come ad esempio corridoi, zone lavaggio e parti comuni, così come le spazzole, nettapiedi e coperte, è una delle principali regole di prevenzione da adottare per evitare contagi tra gli animali non sempre visibili nell’immediatezza come ad esempio di malattie del “piede” o del “pelo”. Anche in questo caso si può individuare un’occasione di apprendimento: insegnare ai ragazzi di mantenere l’ambiente pulito, invitarli a raccogliere una carta e gettarla negli appositi contenitori, riordinare mettendo al loro posto gli strumenti adoperati è un modo di far acquisire alcune delle regole base del senso civico. Un altro importante accorgimento da adottare è non lasciare legati i cavalli senza qualcuno che li sorvegli, o se ne occupi, ma soprattutto è opportuno che il processo di legatura sia eseguito secondo una precisa prassi pensata per arginare le possibilità che il cavallo possa farsi male. Fondamentalmente i cavalli possono essere legati in due modi:
- LEGATO AI 2 VENTI; ossia, due corde legate da lati opposti e poi agli anelli della capezza, che solitamente sono provvisti di cordini che in caso di pericolo si rompono facilmente;
- LEGATO CON UNA SINGOLA CORDA; questa si aggancia all’anello sottostante il muso del cavallo e viene legata con un nodo di sicurezza solitamente ad un anello. In caso di necessità la persona potrà liberarlo con un semplice strappo.
Oltre ai punti di attenzione finora elencati ci sono delle norme di comportamento a cui i cavalieri devono assolutamente attenersi nel corso dello svolgimento delle lezioni. Anche in questo caso per comodità espositiva queste verranno di seguito elencate in modo sintetico e schematico:
- si deve osservare scrupolosamente gli ordini dell’istruttore,
- evitare di partecipare con cavalli non sufficientemente addestrati, soprattutto quando ci sono allievi alle prime armi.
- usare un fiocchetto rosso sulla coda per i cavalli che calciano,
- i cavalieri devono entrare in maneggio all’orario stabilito,
- durante le lezioni nessun cavallo può entrare o uscire dal campo senza che il cavaliere abbia chiesto il permesso all’istruttore,
- durante la lezione è assolutamente vietato a chiunque, se non espressamente autorizzato, di entrare nel campo a piedi e tanto meno di sostarvi,
- è assolutamente vietato a chiunque si trovi ai margini del campo di rivolgere osservazioni e consigli a chi monta nelle lezioni,
- in campo si deve lavorare sempre nella mano indicata dall’istruttore, nel caso in cui non ci sia un istruttore all’interno del campo tenere scrupolosamente la propria destra, chi ha andature più veloci ha il diritto alla pista,
- è assolutamente vietato fermarsi sulla pista anche per breve tempo. I cavalieri sono tenuti a far asciugare i propri cavalli, ancora sudati prima di condurli nel box,
- per muovere i cavalli alla corda ci si deve assicurare che non ci sia nessuno in campo.
Insomma le regole di una scuderia possono essere molte o poche in base al luogo in cui ci si trova, ma il loro scopo è comunque quello di mantenere ordine e sicurezza per il benessere del singolo e per una serenz interazione all’interno del contesto nel quale si svolgono le attività.
ALICE CHIEREGATO
ELENA ORSATTI
MARZIA RUDONI
SIMONA PROIETTI DI VALERIO
(Operatori di Equitazione Integrata EQUITABILE®)
Equitabile® per Studio: la Corrente dell’Impegno.
Proverò ad articolare con metodo delle idee e degli orientamenti che da tempo coltivo, magari peccando a volte di apparente superficialità o eccessiva sintesi. In realtà non è semplice condensare in un articolo quello che andrebbe espresso in un trattato, ma ci proverò, confidando nella comprensione e nel perdono dei lettori se temi importanti verranno talvolta spiegati in pochissime parole o tagliati…cogliete dunque voi, pazienti lettori, quanto di meglio viene gettato dall’ardore di una penna ancora troppo giovane.
In principio EQUITABILE® era un idea di pochi. Oggi è un ideale che striscia felice attraverso le storie e le esperienze di tanti, autoalimentando se stesso e crescendo nei modi più sani e impensati.
Il Movimento EQUITABILE®, sia visto dalla parte dei vertici che organizzano e insegnano (e certe volte discutono), sia visto dalla parte dei nuovi operatori titolati ad usare il Marchio Registrato relativo all’Equitazione Integrata , ha una caratteristica peculiare che allo stesso tempo è un obiettivo primario: la Cura.
1. Cura nello Studio
Avendo insegnato più volte materie specifiche che mi competono nei moduli corsuali che EQUITABILE® propone, mi rendo conto che finalmente le materie che concernono il cavallo sempre di più e sempre meglio le si possono sposare con la persona, in modi che diverse correnti della equitazione civile europea stanno scegliendo come alternative ad una equitazione diciamo “tradizionale”, spesso paramilitare, fin troppo inflazionata e ormai povera di spiriti nuovi e studi impegnati. La cosa che mi affascina e mi sorprende tutte le volte è che il filone della equitazione legata al benessere (inteso come ricerca salutare del bene del corpo e della mente attraverso un ritorno all’essenziale, a ciò che il cavallo è e la persona è, e tutto ciò che è determinato dalla dialettica relazione fra le due essenze) ha tutte le sue radici nella Equitazione Classica, cioè negli studi che i mentori del passato come hanno articolato praticando la Disciplina del Cavallo per necessità.
Certo oggi la nuova necessità per chi equita nel presente non è il cavallo per il trasporto o per le milizie, ma è il cavallo per stare bene, curare la propria persona e la propria dimensione esistenziale. Dimensione più profonda quanto mitica, se volete. In una parola, ecco, dunque, Benessere.
Baucher propone attraverso le flessioni col cavallo piazzato un lavoro di distensione delle catene cinetiche primarie del cavallo deputate al movimento; Steinbrecht sostiene che il cavallo sia un elastico unico in cui il sistema osteoarticolare fa squadra con ogni giunto e ogni legamento del cavallo – tesi a cui sorprendentemente di allacciano tutte le nuove tecniche terapiche legate alla propriocezione, alla dimensione cranio sacrale come la Tecnica Mezieres e il Metodo Feldenkrais – fino ad arrivare al Generale l’Hotte e alla teoria dei corpi sovrapposti – quello dell’uomo sul cavallo, si intende – dove si studia tutta la relazione esistente fra leve, pressioni ed equilibri dei due corpi. Questo per quel che concerne l’equitazione di studio. Per quel che riguarda la moderna etologia equina, invece, mi sento di considerare come e quanto alcuni nuovi metodi di addestramento non violenti – mi riferisco al Metodo Parelli in particolare – , partendo dallo studio profondo delle comunicazioni fra simili nel branco, siano impegnati e “classici” anch’essi. O che la si prenda dal lato dello studio, o che la si prenda dal lato dell’equitazione etologica, è possibile individuare un comune denominatore: la Relazione.
Ecco dunque partorito un nuovo obiettivo per l’equitazione di oggi: il Benessere attraverso la Relazione.
Questo obiettivo scalca il Mito del Centauro, che nelle interpretazioni oniriche ha sempre celebrato la superiorità del sistema uomo sul sistema cavallo, e propone il moderno Mito dell’Ippandro, “ovvero un uomo con la testa di cavallo, perché per equitare per ben essere è necessario sostituire la testa, il cervello, il modo di pensare, eliminare i pregiudizi che come uomini abbiamo e provare a pensare come un cavallo”. (Giancarlo Mazzoleni, Equitare per Ben Essere, Equitare Edizioni). Mi sento di rimandare ciascun lettore che si sia incuriosito e che voglia approfondire questi temi, specchio diretto di un modo di essere e di studiare con i cavalli, efficace e sicuro, allo studio dei libri e delle dispense edite da Equitare srl del Maestro Giancarlo Mazzoleni, che ho il piacere di conoscere personalmente e di cui amo essere studente, in quel cenacolo di cultura preziosa e impagabile che è il Castello di Monvicino, sede operativa della SIAEC.
Ma cosa c’entra tutto questo con l’Equitazione per Disabili?
Su queste nuove correnti EQUITABILE® si sta interrogando, e studia nuovi modi per alimentare il suo stile di Equitazione Integrata. Per ulteriori approfondimenti vi rimandiamo innanzitutto alla lettura degli autori citati, e in secondo luogo vi invitiamo a studiare con noi attraverso le nostre proposte formative e di studio…
2. Cura dei Cavalli
Dopo quanto esposto sopra si evince la necessità, per i proprietari come per chi si dedica alla Equitazione Speciale di lavorare, o meglio costruire e mantenere una relazione con i propri cavalli, in un modo impegnato, cosciente, calmo e protagonista. Tanto sembrano parole difficili quanto in realtà la cosa per l’essere umano è estremamente facile.
Si tratta di ritornare a pensare – cosa che tutti gli uomini sanno fare in quanto esseri evoluti – e magari scardinare le vecchie abitudini che con i cavalli si hanno e i preconcetti che non partono da verità comportamentali concrete. Trattare con i cavalli è facile, basta conoscerli. E questo è possibile…
3. Cura negli intenti di chi partecipa
Ci rendiamo chiaramente conto che oggi EQUITABILE® ha degli utenti che rispetto alle esperienze che in italia sono proposte nello stesso campo – equitazione e disabili, intendo, mantenendomi per motivi di chiarezza espositiva sul generico – e rispetto al passato, sono più esigenti. Hanno cioè vagliato le scelte, orientato i loro obiettivi e capito la proposta PRIMA di arrivare al primo step corsuale. Questo in base a quanto abbiamo visto nei corsi dell’ultimo anno passato nell’ambito specifico della formazione.
4. Cura negli intenti di chi organizza
Specularmente, EQUITABILE® tiene molto a questa scelta qualitativa, e ben alimenta argomenti, interventi e docenze che siano il più efficaci possibile. Teniamo chiaramente in conto sia i movimenti europei legati alla equitazione di settore, sia ci permettiamo, grazie ai nostri studi e alle nostre esperienze – che la fanno sempre da padrone definendo confronti e relazioni – , di annettere qualche nota o contenuto originali. E’ cosi che EQUITABILE® cresce e deve crescere…concretamente, oltre allo scheletro formativo cui siamo fedeli nei corsi, stiamo pensando, nell’intento di portare a tutti i Quadri Tecnici che abbiamo formato negli anni scorsi i nuovi argomenti su cui abbiamo lavorato in questi anni, un Campo Scuola di Aggiornamento EQUITABILE®…ma tempo al tempo.
5. Cura delle Relazioni
Nessun tipo di formazione è efficace se non ha alla base dei chiari intenti comunicativi e relazionali. Nessuna relazione può prescindere da una cura della comunicazione, e nessun intento educativo o di animazione socioculturale può avere luogo senza stili comunicativi scelti ed efficaci e senza un lavoro capillare sulla propria capacità di essere in relazione. Questo è alla base di un qualsiasi processo di Inclusione Sociale.
E l’uomo moderno ha bisogno di capire, vivere e ritornare all’inclusione sociale. Per EQUITABILE® in questo processo un altro attore è incluso nelle relazioni: il cavallo.
Tutto questo concretamente si traduce nei nostri corsi e nelle nostre attività nei centri attraverso la scelta di uno stile comunicativo professionale ma avvicinabile, e attraverso tecniche scelte per favorire l’apprendimento relazionale, calibrando diversamente tutte le volte le persone, differenti per età ed esperienze, e lavorando con loro sull’ideale di relazione che bisogna costruire con i futuri utenti come, non ultimo, con il cavallo.
Il bello è che pur essendo gli obiettivi gli stessi, tutte le volte le situazioni variano, ma i principi a cui EquitabileÒ si ispira sono sacrosanti e irremovibili come una roccia. Rispetto e Benessere di Uomo e Animale. Questa, ancora una volta, è la flessibilità che il mondo di oggi vuole come risposta efficace sia nel mondo del lavoro che nell’universo delle relazioni. Come un nastro mobile che danza al vento ancorato ad un perno in alto, fermo, a cui comunque sono permesse tutte le evoluzioni possibili, così EquitabileÒ scruta le fattibilità, vola in alto, chiama ad una appartenenza e sceglie le persone.
Per questo EQUITABILE® non è per tutti. E’ solo per chi ha l’umiltà di credere nell’inclusione sociale come valore sistemico che deve cambiare la propria vita a favore dell’integrazione fra diversi. Cavalli compresi.
Tina Petrera
Operatore Superiore di Equitazione Integrata EQUITABILE®
Tecnico di Equimozione ed Isodinamica®
Per approfondimenti si invita alla seguente bibliografia:
Giancarlo Mazzoleni – Equitare per Ben Essere – Equitare Edizioni
François Baucher – Dizionario Ragionato di Equitazione – SIAEC Edizioni
Generale Alexis L’Hotte – Questioni Equestri – Equilibri Edizioni
Gustav Steinbrecht – La Palestra del Cavallo – SIAEC Edizoni
Moche Feldenkrais – L’Io Potente – Astrolabio Ubaldini
Emanuel Souchard – Ginnastica Posturale e Tecnica Mezieres – Monduzzi
Robert M.Miller – I Misteri del Cavallo – Luca Pensa Editore
La pedagogia in sella ad un cavallo
La pedagogia, quale scienza dell’educazione trova grande funzionalità all’interno dell’equitazione integrata e dell’ippoterapia in genere, fornendo agli operatori le possibili chiavi d’accesso grazie alle quali riuscire ad accogliere, ciascuno con la propria soggettività, coloro che si avvicinano a questa realtà, sia come fruitori che come accompagnatori.
L’intervento pedagogico abbraccia dunque due tipologie di approccio: quello con la persona a cavallo ed anche quello con coloro che ne seguono la crescita, genitori, istruttori ed insegnati per esempio, soprattutto quando essa è messa in difficoltà sia da complicanze psico-fisiche (disabilità, disagio, dipendenza da sostanze stupefacenti o alcol, problematiche alimentari) che da problematiche familiari, che situazioni inerenti casi d’affido, adozione o di maltrattamento e abuso ecc. Continua a leggere
La Relazione Educativa
Ciascuno di noi si trova a vivere entro una fitta rete di relazioni sociali, ma ciascuno può dire di avere una pluri-appartenenza specifica a determinati contesti che sono appunto la famiglia, la scuola o il contesto di lavoro, una qualche associazione o gruppo di pari (gli amici), una comunità di fede e, non da poco, la partecipazione alla mass-medialità.
La famiglia anzitutto; è di principio una comunità d’amore ed in essa si struttura la personalità di ognuno. La presenza di un figlio con disabilità produce delle alterazioni nelle dinamiche interpersonali, già peraltro definite nel modulo di Assistenti.
La scuola è incaricata dalla società a realizzare l’acculturazione dei giovani insieme alla formazione etico-morale delle nuove generazioni.
La presenza del deficit nella scuola di tutti, laddove trova personale educativo preparato (e, purtroppo non è sempre così…), diviene una delle occasioni più importanti e significative per aprire le nuove generazioni ad orizzonti etici inimmaginabili.
Il concetto di integrazione porta i professionisti della scuola a rivedere gli stessi concetti di cultura e civiltà. La presenza di un disabile nella scuola è l’occasione per rivedere modalità organizzative, progetti e programmazioni, contenuti e metodi di insegnamento e di apprendimento.
Lo stesso dicasi quando dal lavoro scolastico si passasse al lavoro in azienda. Continua a leggere
Il Disagio giovanile in una Società in evoluzione
L’attuale contesto socio culturale vede sempre più impellente il problema delle nuove generazioni che troppo spesso sembrano vuote di valori ed apparentemente molto superficiali nell’affrontare le insidie della modernità.
Recentissimamente la Commissione Europea ha colto l’allarme di un disagio giovanile che appare realmente preoccupante per numeri e stime di crescita, segno di una deficitaria attenzione nei riguardi dei più giovani da parte del mondo degli adulti, dalle famiglie, sempre più concentrate su problematiche lavorative o con difficoltà interne di origine culturale o economica, alla scuola, troppo spesso lontana dalle reali necessità dei giovani, ai servizi sociali, i cui fondi sono sempre più esigui per sostenere progetti di reinserimento o di supporto.
La famiglia è il primo nucleo sociale per eccellenza, il luogo di origine della formazione della personalità e dei valori fondanti l’adulto del domani; per questo si vuole fornire una panoramica del disagio sociale ed economico in relazione al contesto familiare nelle nostre città o province italiane.
Premesso che la situazione nazionale è molto differente tra nord e sud e tra le grandi città e i paesi di provincia, ci sforzeremo a fornire un quadro abbastanza generico ma concreto sull’argomento al fine di porre alcuni spunti di riflessione ed occasioni di propositività.
Il dopoguerra si è rivelato lo spartiacque tra una società prevalentemente basata su un’economia rurale ad un sistema che, con il boom economico, ha visto certamente fiorire al nord le grandi industrie ed un successivo sviluppo di un terziario avanzato; il mezzogiorno, con i suoi storici ed anacronistici problemi, percepisce un certo miglioramento delle condizioni socio economiche anche se ancora molto arretrate per effetto di una politica non particolarmente efficace nei suoi confronti. Il vecchio fenomeno del brigantaggio, ora mutato in organizzazioni mafiose più o meno complesse rende ancor più difficoltoso il decollo di una società meridionale in affanno e poco sostenuta.
Le grandi città del nord hanno conosciuto nel dopoguerra un’ondata di immigrazione dal sud Italia, sviluppando ai suoi margini ampi quartieri di case popolari e “quartieri dormitorio” poveri di infrastrutture, abitati soprattutto da famiglie a basso reddito e lavoratori con bassa qualifica professionale. In questi stessi quartieri si insediano oggi i nuovi immigrati, provenienti da Paesi extracomunitari, anch’essi spesso impiegati in lavori scarsamente qualificati e appartenenti a nuclei familiari a basso reddito: il disagio permane essenzialmente in queste nuove fasce deboli che si aggiungono ai nostri connazionali gravati da problematiche similari.
Non si tratta esclusivamente di un problema puramente economico: più spesso si tratta di un disagio multisfaccettato in cui agiscono varie componenti, tra le quali è difficile individuare quali siano le cause e quali gli effetti. Condizioni ecologico-ambientali spesso sfavorevoli e contesti marginali in cui le fasce deboli si concentrano sono una componente fondamentale ma non solo: altri fattori determinanti risultano le difficoltà relazionali, la salute fisica e la salute mentale oltre ai pregiudizi e difficoltà di integrazione dettate dalle diversità in genere (culturali, religiose…).
Un accenno doveroso alle cosiddette “seconde generazioni”, ossia i figli di questi immigrati che ora si trovano, nel bene o nel male, integrati nel nostro mondo in quanto lavoratori, residenti e cittadini italiani a tutti gli effetti; giovani ragazzini che si stanno già approcciando alle nostre scuole e che spesso risultano gli emarginati nel gruppo-classe dei bambini italiani. Alcune volte queste diversità diventano pretesto per strumentalizzare i nostri sistemi educativi o la nostra cultura a favore o contro la loro…
Il disagio è il precursore di possibili comportamenti antisociali e/o illegali: per questo motivo la politica nazionale e locale mette in atto quanto può per prevenire questa potenziale reazione a catena con potenziamento dei servizi rivolti alle fasce deboli e degli interventi di prevenzione, di cura, di mediazione familiare oltre ad azioni di repressione e prevenzione di azioni criminose e controllo dei flussi migratori extracomunitari.
Non vogliamo però far credere in maniera troppo generica che queste problematiche siano solo di appannaggio di questi segmenti della società: mutamenti culturali e crisi di valori influiscono anche sui contesti familiari in cui maturano nuove forme di disagio relazionale; lo stesso ruolo genitoriale sembra connotato dall’incertezza e dall’assenza di punti di riferimento.
Se prima, da una generazione all’altra tutto era abbastanza scontato e ci si passava i precetti educativi di padre in figlio, ora i punti di riferimento sono molteplici, spesso poco definiti, e questo provoca sicuramente molti dubbi su cosa fare, come comportarsi. Per esempio i sensi di colpa sono all’ordine del giorno, i genitori si percepiscono come poco capaci; c’è anche una tendenza a drammatizzare i piccoli eventi nei rapporti tra genitori e figli.
Anche nella cultura familiare i valori umani e relazionali sembrano sempre più sostituiti dai valori del guadagno, del consumo, dell’apparire… C’è una sorta di autocentratura sul figlio per quello che riguarda i beni materiali: troppo spesso viene concesso al giovane tutto quello che il genitore non ha avuto in gioventù per non farlo sentire o apparire “diverso”; è come se il legame affettivo passasse sulle concessioni o queste ultime fossero il surrogato all’affetto ed alle attenzioni che spesso non vengono fornite ai figli per i motivi più differenti (superficialità, impegni, credenze materialistiche..).
Ecco perché molti ragazzini apparentemente “fighi” perché posseggono il cellulare, vestono abiti di marca o hanno vistose disponibilità economiche hanno per contro sempre più evidenti difficoltà relazionali con i genitori. L’apparire diventa quindi elemento di distinzione a scapito dell’essere, contribuendo in maniera esponenziale ad un vuoto di valori che rischia di invadere le nuove generazioni.
La debolezza delle relazioni intrafamiliari mina dall’interno la disponibilità ed il tempo per il dialogo, la condivisione, la trasmissione di valori e lo scambio di beni affettivi; tutto questo è sostituito da surrogati che mantengono viva l’illusione di un benessere familiare, per cui lo scambio, la trasmissione, avvengono a livello delle cose, degli oggetti.
I valori che di fatto vengono comunicati sono il successo, l’ambizione ed la possibilità economica, un obiettivo che non per tutti è facile da raggiungere e che ha un evidente impatto sulle caratteristiche del disagio economico e sociale degli strati più deboli delle famiglie.
La cultura dominante valorizza chi è più produttivo, più efficiente, chi ha successo, chi ha maggiore potere economico e può quindi essere un migliore consumatore, garantendo la conservazione e riproduzione dell’impostazione economica e culturale della società stessa. Essa fornisce quindi modelli a cui tendere, criteri entro i quelli una persona può sentire la propria immagine come accettabile -o meglio- socialmente apprezzata; criteri ampiamente diffusi attraverso i mass media, che creano forti spinte al conformismo mettendo in condizione le famiglie che non rientrano in questi canoni “socialmente valorizzanti” di aggiungere al disagio economico quello legato all’appartenenza sociale con conseguente creazione di fondate basi di rischio di marginalità.
Questi modelli irraggiungibili e futili, aggiunti al mito del guadagno e la fragilità delle relazioni alimentano sempre di più il disagio giovanile, fino alla devianza vera e propria: le cronache parlano sempre più diffusamente di baby gang o di bulli di quartiere o di classe che prevaricano i più deboli o i compagni apparentemente “diversi”: crediamo che un’inversione di rotta sia necessaria e che il seme del cambiamento debba ricercarsi all’interno delle famiglie in concertazione con le istituzioni che però non possono e non devono sostituirsi all’impegnativo compito educativo dei genitori.













