Cavalli che curano
Si è recentemente tenuto alla Pisana un tavolo tecnico regionale sull’ippoterapia, a seguito della proposta di legge su “Disposizioni relative al turismo equestre, ai centri ippici e all’ippoterapia”. Presentata lo scorso giugno, si tratta di una legge lungamente attesa dal settore che vede in Italia ogni anno almeno venticinquemila persone affette da varie forme di disagio utilizzare il cavallo per attività ludiche, ricreative ed educative o comunque volte a migliorarne lo stato di salute e la qualità della vita…
“Il turismo equestre e l’ippoterapia costituiscono due ambiti fondamentali sui quali abbiamo deciso di investire… Rinnovando l’attenzione a tematiche di particolare valore sociale che possono essere di concreto sostegno per il recupero funzionale e sociale di soggetti con particolari difficoltà e alle loro famiglie“. Così il presidente della Commissione Sviluppo Economico, Innovazione, Ricerca e Turismo, Giancarlo Miele, firmatario insieme ai consiglieri Chiara Colosimo (sempre attiva nelle iniziative a carattere sociale) e Francesco Battistoni (presidente della Commissione Agricoltura), della proposta di legge regionale, e che ha suscitato l’interesse e l’approvazione delle varie associazioni invitate al tavolo tecnico.
E la Tuscia appare particolarmente vocata anche a questi aspetti che riguardano l’impiego dei cavalli nelle attività di recupero ed integrazione di “soggetti deboli”.
Come dimostra il ben noto “Carosello di Villa Buon Respiro” di Viterbo, in cui ragazzi affetti da sindrome di Down in groppa ai loro splendidi pony si esibiscono in molti eventi e manifestazioni equestri a carattere nazionale. In tutto il territorio sono presenti iniziative, magari misconosciute e legate alla buona volontà di singoli proprietari di cavalli o di maneggi, in cui si offre a titolo amichevole l’utilizzo dei cavalli a giovani in stato di disagio, personale o sociale.
Certo, senza alcuna pretesa di offrire interventi professionali di tipo medico o psicologico, ma rispondendo a quelle che sono le antiche tradizioni di accoglienza e di integrazione proprie delle nostre campagne, dove il cavallo è ancora portatore di storie e di memorie, di cultura e costume, e il suo ruolo fondamentale nello sport, lo svago, il lavoro e la compagnia trova anche in questo campo nuove possibilità di valorizzazione e produce benefici particolarmente positivi nei bambini, nei diversamente abili o nei giovani con disagi vari.
Io stesso l’ho potuto constatare, grazie alla disponibilità dell’azienda Stendardi alla Farnesiana, con i ragazzi ospiti di due Case Famiglia, Capitan Harlock di Tarquinia e Piccoli Passi di Roma.
Con la prima, che ospita prevalentemente adolescenti di etnia Rom o provenienti da paesi del Medio Oriente, l’incontro coi cavalli dell’azienda in uno spazio aperto e libero, immerso nella natura, oltre all’aspetto ludico ricreativo, è stato anche una maniera per riscoprire aspetti della loro cultura di origine – dove il cavallo è ancora compagno di vita e di lavoro – e, in prospettiva, occasione di integrazione sociale nel confronto e nella condivisione di un patrimonio culturale comune, costruendo così nuove relazioni interpersonali, conoscenze ed amicizie…
Per i bimbi più piccoli della Casa Famiglia Piccoli Passi i cavalli, ed in particolare Tina, un’anziana maremmana grossa quanto “materna”, hanno fatto quasi le funzioni di una balia, cullandoli e rassicurandoli da un lato, e stimolandone la curiosità e l’autonomia dall’altro, evocando una serie di risposte emotivo-istintive determinate dall’incontro con un animale di grande stazza e ben rappresentato nella dimensione mitica e fantastica; mentre per i ragazzi più grandicelli, nella necessaria condivisione del lavoro e dei cavalli, è stata stimolata quella dimensione etica legata al rispetto e alla comprensione dell’altro, ma anche al rispetto delle regole, delle norme, dei ruoli e dell’impegno da dimostrare durante il lavoro.
Un campo nuovo, quello dell’ippoterapia e delle attività assistite dal nobile animale, ma dal cuore antico, perché da sempre è noto che l’andare a cavallo porta con sé una quantità di sensazioni benefiche: produce senso di indipendenza, offre stimoli acustici, visivi, tattili ed olfattivi particolari, stimola l’attenzione e la volontà, rafforza il senso di sé, induce sentimenti di rispetto e di collaborazione…
Proprio per queste considerazioni è quasi lapalissiano che una buona cavalcata, ma anche la semplice attività col cavallo a terra, sia benefica per tutti, dai bambini ai vecchi e che possa essere utile per sostenere persone bisognose di un qualche tipo di aiuto.
D’altronde l’etimologia stessa della parola, terapia, fa riferimento alla radice greca thar, sostenere, e insieme, al termine théraps, compagno, aiutante – ed è significativo che la radice thèr indichi anche l’animale (specie nei nomi composti, come “teriomorfo”, di forma animale, riferito generalmente a figure mitologiche, tra le quali ci piace ricordare Pegaso, il cavallo alato nato dalla decapitazione di Medusa, e che potremmo prendere a emblema dell’ippoterapia, quasi a dire della libertà riconquistata, della libertà di “volare” lasciandosi alle spalle ciò che di brutto e di pesante ci pietrificava, come lo sguardo della Gorgone.)
In questo contesto è estremamente affascinante scoprire come i miti e le leggende che ci giungono da tempi, tradizioni e culture diverse, e che hanno per protagonista il cavallo, siano in grado di parlarci ancora attraverso quelle modalità proprie del linguaggio simbolico che il prevalere della cultura tecnologica sta attualmente mettendo in ombra in modo francamente preoccupante.
Figlio della Terra e del Mare, associato al Fuoco e all’Acqua, partorito dalla Notte ma capace di trainare il Carro del Sole, il cavallo ci appare presso tutti i popoli e tutte le culture portatore di valenze contraddittorie. Se da un lato rappresenta la memoria del mondo, collegandosi ai grandi orologi naturali della fertilità, dall’altro incarna la bellezza raggiunta attraverso il dominio della spiritualità sulla materia; se da un lato compare negli incubi e nelle cacce diaboliche, dall’altro è il compagno dei santi, degli dei e degli eroi; se da un lato è l’animale delle tenebre e dei poteri magici, dall’altro è il portatore dell’eros, della vitalità primaria, delle forze libidiche inconsce.
Nell’immaginario collettivo è simbolo di libertà senza confini e senza limiti: la sua corsa affascina per la sua misteriosa alchimia di armonia e di forza che induce nel cavaliere l’esperienza di sentirsi tutt’uno col magnifico animale. Il simbolismo psicologico identifica nel cavallo e nel cavaliere il rapporto esistente tra l’Es, l’energia libidica che permea il mondo intero, e l’Io.
La bellezza del cavallo, oltre all’aspetto estetico, è dovuta al suo essere un mite, animale di branco; solo per paura può reagire con gesti convulsi che possono apparire aggressivi: in realtà è un animale che non attacca ma, nel caso, si difende, cerca il contatto ed entra volentieri in comunicazione con chi sappia farsi con lui disponibile a cercare un linguaggio comune.
La relazione uomo-cavallo è così anche il prototipo della relazione sociale con la diversità dell’altro, e insieme la spia della relazione che riusciamo a instaurare con parti importanti della nostra stessa personalità.
Imparare a “fare squadra” con qualcuno che, in quanto erbivoro e animale predato, ha una percezione della realtà molto diversa da quella umana, aiuta a comprendere che le differenze sono fonte di arricchimento e che non vanno temute, ma accolte e integrate.
E infatti la passione per il cavallo, da parte di bambini anche piuttosto piccoli, è qualcosa che tende a manifestarsi con una perentorietà che ha dell’inspiegabile. Sembra un amore innato che li spinge a trovare il modo di avvicinare l’animale senza alcuna paura, malgrado la mole.
Il cavallo, probabilmente proprio per il contatto corporeo intensivo e il movimento altalenante della sua andatura (già il medico Ippocrate, nel 460 a.C., parlava del “benefico ritmo del cavallo“) sembra infatti capace di evocare l’accudimento materno e (per dirla con la terminologia di Winnicott, pediatra e psicoanalista che ha approfondito lo studio dei rapporti madre – bimbo), come la madre capace di sostenere e contenere il soggetto, aiutando a stimolarne l’autonomia.
Nell’andare a cavallo e nel lavoro a terra (accudire ai bisogni dell’animale) si arriva così a sviluppare doti importanti come:
- il rafforzamento della tonicità muscolare e della coordinazione dei movimenti, oltre che la stimolazione dell’attenzione e dell’equilibrio
- il prestare attenzione ai propri movimenti ed alle proprie azioni, che possono anche provocare reazioni poco piacevoli;
- il riconoscere i bisogni dell’altro e rispettare le sue particolarità, capendo di dover investire nel benessere dell’altro per ottenere dei buoni risultati;
- il coraggio per affrontare le situazioni difficili ed impreviste, imparando con esattezza le strategie e le modalità per cavarsela di fronte alle difficoltà che possono presentarsi col cavallo;
- il vedere il mondo da un’altra prospettiva spaziale, che aiuta ad allargare la propria coscienza, e insieme saper osservare ed anche farsi vedere dall’altro;
- il comprendere come un determinato obiettivo si può raggiungere solo facendo collimare e coordinare i movimenti propri con quelli del proprio destriero;
- il riconoscere la necessità di vivere nel qui e ora, lasciando perdere elucubrazioni, fantasie, illusioni e distrazioni pericolose;
- il vivere sensazioni di soddisfazione nel raggiungere gli obiettivi mediati dalla cura del cavallo e dal cavalcare.
È evidente che tutte queste osservazioni portano a far concludere che il cavallo e le attività legate a questo mondo possono risultare veramente utili per ritrovare e migliorare quel rapporto con se stessi, con gli altri e col territorio, che è fondamentale per vivere bene e non perdere il contatto con le nostre radici.
Mario Tuti
Architetto e Dottore forestale
Operatore di agricoltura sociale


