I comportamenti problema
I comportamenti-problema possono assumere le forme più disparate e strane, anche se ne esistono di tipiche e ricorrenti. Possono essere comportamenti-problema estremi, come gli atti autolesionistici, che provocano danni e lesioni al soggetto stesso: mordersi le mani, le braccia, picchiarsi, battere contro i mobili, strapparsi i capelli; oppure forme più strane come l’iperventilazione o crisi di apnea.
Un tipo particolare di autolesionismo è la pica, ovvero l’abitudine di mettere in bocca o ingerire sostanze e oggetti non commestibili, con gravissimi rischi per la salute del soggetto. In questi casi egli esercita una chiara violenza su stesso; mentre con atti aggressivi egli attacca, fisicamente o verbalmente, altre persone, oppure distrugge oggetti o altro.
Un altro tipo di comportamento-problema, meno grave ma ben più diffuso, è la stereotipia, e cioè l’emettere ripetitivamente per lunghi periodi di tempo dei comportamenti irrilevanti, come agitare le mani, dondolarsi ritmicamente, ciondolare il capo, girare su se stessi, manipolare oggetti e pezzetti di carta o plastica, e altri comportamenti simili.
In questi casi il comportamento in sè non crea danni o lesioni accertabili al soggetto stesso o ad altre persone o cose, ma in genere lo si ritiene ugualmente problematico.
Si ritiene generalmente che le stereotipie siano un comportamento-problema per il fatto che esse producono al soggetto un ostacolo, anche grave, allo sviluppo, all’apprendimento e alla socializzazione.
Vari altri comportamenti si possono considerare ostacoli per lo sviluppo del soggetto; si pensi all’opposizione sistematica ed al rifiuto di richieste dell’adulto. In questa categoria potrebbero inserirsi anche le reazioni emozionali eccessive di paura, ansia e di collera e rabbia, che possono dare origine a lunghissimi periodi di pianto, chiusura in sè e rifiuto delle attività.
Come risulta evidente, la categoria dei comportamenti strani che diventano un problema, è amplissima.
Per quanto riguarda i comportamenti verbali, si pensi all’ecolalia nell’autismo, alle verbalizzazioni bizzarre, ad insulti, parolacce e bestemmie. Il rapporto interpersonale è un altro ambito ricco di possibilità che si verifichino comportamenti-problema: i comportamenti sociali appiccicosi ed invadenti, il prendere cose altrui, e molti altri, anche nella sfera sessuale.
Esistono altri comportamenti strani che vengono interpretati come problematici, eppure non producono al soggetto nè danni né ostacoli al proprio sviluppo o socializzazione.
DESCRIZIONE OPERAZIONALE DEI COMPORTAMENTI-PROBLEMA E LA DECISIONE DI PROBLEMATICITA’: UN LAVORO DI SQUADRA
Si è visto che la tipologia dei comportamenti-problema è molto varia, e diversi sono i motivi per cui si ritiene che un comportamento sia problematico.
Nell’intervento educativo comportamentale le prime due operazioni che andrebbero eseguite, riguardano la chiarificazione oggettiva della situazione comportamentale del soggetto e la valutazione della reale problematicità dei comportamenti ritenuti strani.
Tutte le persone che, a vario titolo, interagiscono con una certa regolarità con il soggetto (insegnanti, educatori, familiari, terapisti, etc.), dovrebbero collaborare nella stesura della descrizione operazionale dei comportamenti-problema, che consiste nel dettagliare in modo preciso tutte le forme specifiche di comportamento che, per i motivi più vari, creano disagio e preoccupazione e che si vorrebbero conseguentemente ridurre attraverso un intervento educativo.
Alla fine di questa fase collettiva di chiarificazione della effettiva realtà comportamentale del soggetto, dovrebbe essere disponibile un elenco di comportamenti ritenuti problematici dalle varie persone, espressi e descritti chiaramente, in modo condiviso ed inequivocabile.
Questo livello di precisione è importante per vari motivi; innanzitutto è un primo momento di ricerca comune di un punto di accordo da parte del gruppo di persone che poi dovranno allearsi nel progetto di intervento educativo.
Dal punto di vista generale della metodologia dell’intervento educativo, è fondamentale orientarsi dapprima alla descrizione non interpretativa del fenomeno, per rimanere ancorati saldamente ai dati oggettivi, senza lasciarsi trascinare da ipotesi interpretative prima ancora di avere ben chiaro l’oggetto di indagine. La seconda fase dell’analisi preliminare è la decisione di una reale problematicità.
Quasi sempre in queste valutazioni vengono mescolati in modo inestricabile fattori soggettivi con fattori oggettivi. Chi ha il compito di stabilire se un comportamento strano sia realmente un comportamento-problema compie infatti questa valutazione attraverso parametri di giudizio che sono costituiti, per la parte soggettiva, da proprie idee e convinzioni su ciò che è normale e su ciò che non lo è.
Fattori ben più importanti possono determinare in un senso o nell’altro la decisione di problematicità.
Nel prendere la decisione di problematicità di uno strano comportamento si dovrebbe essere consapevoli che un dato comportamento sia un problema vero, e quindi trarne tutte le logiche conclusioni per poter intervenire in tutti i modi possibili e leciti.
Questo non è un impegno da poco, poichè in molti casi ci si dovrà opporre alla volontà del soggetto, contrastando i suoi comportamenti-problema cercando di eliminarli.
Questa decisione coinvolge profondamente il rispetto dell’identità e della libertà di espressione del soggetto.
Questo valore di libertà e di primato dell’identità e unicità della persona, si deve però mettere in relazione con il dovere che hanno l’operatore ed i genitori di garantire il massimo sviluppo possibile della persona in difficoltà, liberandola dai vincoli che essa stessa si può procurare con i suoi problemi di comportamento.
Le persone che hanno la responsabilità educativa nei confronti del soggetto si troveranno dunque a dover stabilire se un certo comportamento strano sia o no un problema, tenendo ben presente e chiaro il vantaggio ed il benessere psicologico e sociale del soggetto con ritardo mentale o autismo.
Inizialmente si possono esaminare i vari comportamenti segnalati come problematici chiedendosi se essi producono un danno al soggetto stesso oppure ad altre persone o cose. Se la risposta dovesse risultare affermativa allora il comportamento è realmente problematico. Questo è tipicamente il caso dell’autolesionismo, della pica, delle aggressioni ad altre persone e della distruzione di materiali e simili.
Spesso però si incontrano dei comportamenti che non danneggiano fisicamente il soggetto o altri; si pensi alle stereotipie, all’ecolalia, etc. In questi casi si possono considerare questi comportamenti realmente problematici, ed essere così legittimati ad un intervento educativo allo sviluppo intellettivo, affettivo, interpersonale o fisico del soggetto.
Naturalmente, dimostrare che un comportamento sia un ostacolo per il soggetto , non è una cosa semplice. A questo punto potrebbero verificarsi fraintendimenti, ove alcuni pensano che il soggetto sia in un certo senso giustificato per i più disparati motivi, nell’emissione di comportamenti-problema poichè può mancare di modalità espressive e comunicative normali, oppure l’ambiente relazionale è negativo, punitivo e insensibile, o altrimenti le attività proposte non lo interessano, etc.
Queste considerazioni sono preziose perchè possono aiutare a comprendere perchè il soggetto si comporta in determinati modi, senza però giustificarli o considerarli tollerabili.
A questo punto il gruppo degli operatori, assieme ai familiari, dovrebbe decidere sulla reale problematicità di alcuni comportamenti tenendo presenti i meccanismi di stigmatizzazione sociale e conseguente emarginazione della persona disabile.
In un’ottica pedagogica di normalizzazione si dovrà tendere a rendere il comportamento della persona con handicap il più “normale” possibile, non certo in un’ottica repressiva e di schiacciamento di tutte le bizzarrie, solo perchè diverse dalla norma.
Dall’altro lato é risaputo che una maggiore familiarità e tolleranza delle deviazioni a livello sociale si crea lentamente, attraverso il contatto con modi strani e bizzarri di comportamenti, interazione e pensiero.
Modi che non vengono etichettati come comportamenti- problema, ma che vengono considerati libere variazioni di stile ed espressioni di identità e soggettività particolari. Per questo è giusto essere estremamente cauti nell’utilizzo del criterio dello stigma sociale, per stabilire che alcuni comportamenti siano da modificare.
E’ comunque importante che in questa fase pre-intervento tutti gli educatori ed i familiari escano allo scoperto con le loro convinzioni, princìpi e preoccupazioni, proprio per confrontarle a fondo, nella prospettiva di raggiungere un accordo su una serie di obiettivi e tecniche di intervento.
Se questo accordo verrà raggiunto, si saranno gettate delle solide fondamenta all’intervento, garantendo coerenza ed omogeneità di approccio tra le persone, e moltiplicando in questo modo gli effetti degli interventi.
La persona con handicap potrà allora sperimentare un fronte unito di persone e di attività che condividono decisioni, obiettivi e metodi con l’aiuto di educazioni speciali dove l’amico cavallo diventa un partner di valore.





