03 febbraio 2011 ~ 0 Comments

Il valore del volontariato, della socializzazione e del rispetto della diversità come strumento di crescita.

Volontario, l’esempio giusto

“Volontario è la persona che, adempiuti i doveri di ogni cittadino, mette a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per gli altri, per la comunità di appartenenza o per l’umanità intera. Egli opera in modo libero e gratuito promuovendo risposte creative ed efficaci ai bisogni dei destinatari della propria azione o contribuendo alla realizzazione dei beni comuni.”

(Principio costituente della Carta dei Valori del volontariato)

Dagli ultimi  rapporti sul volontariato in Italia , curato dall’Osservatorio nazionale, emerge una diffusione del volontariato più equilibrata sul territorio nazionale; diminuisce la differenza della solidarietà organizzata nelle diverse aree del Paese; cresce l’espressione della cittadinanza attiva, perchè la nascita delle organizzazioni è sempre più caratterizzata dall’iniziativa di gruppi di cittadini rispetto alla tradizionale capacità di affiliazione delle centrali nazionali del volontariato o della promozione ecclesiale. L’identità dei gruppi si definisce più nel servizio e nella tensione verso obiettivi e risultati comuni, più che nella condivisa origine culturale o in una comune visione del mondo, laica o confessionale che sia.

Il settore del volontariato è più strutturato. Le organizzazioni sono sempre più formalizzate, 96 su 100 hanno uno statuto; sono registrate con atto pubblico; dispongono di almeno due organi di governo; la maggioranza ha anche un regolamento interno con cui definisce procedure e linee-guida di azione per gli aderenti.

Si conferma la collocazione principale delle organizzazioni di volontariato nei  tradizionali settori delle attività socio-assistenziali e sanitarie. Tuttavia cresce l’incidenza percentuale delle organizzazioni che operano nei settori della partecipazione civica, in particolare negli ambiti della protezione civile, cultura, educazione e promozione sportiva e ricreativa, dando conto di una maggior presenza e impegno attuale del volontariato in tutti i campi del sociale.

Proprio nell’Anno Europeo del Volontariato desideriamo contribuire a sensibilizzare il più alto numero di lettori nell’importanza di sviluppare una rete di partecipazione attiva, soprattutto in un periodo storico dove le differenze sociali ed economiche tendono ad inasprirsi ed a tagliare sempre più di netto il segmento ricco da quello povero, gli inclusi da coloro a rischio di emarginazione.

In questo senso il valore del Volontariato diventa una vitale occasione di contributo nella coesione sociale.

Volontariato = altruismo

Perché ci comportiamo in maniera altruistica?

“L’altruismo è la tendenza alla cura degli altri, che sostituisce in modo costruttivo e gratificante altre tendenze inconsce; è il trarre piacere dal fare agli altri quanto si vorrebbe che gli altri facessero a noi stessi”

Non tutte le persone aiutano gli altri in egual misura, né sono portate ad aiutare in qualsiasi occasione. Siamo più altruisti quando abbiamo chi ci dà il buon esempio, quando siamo in uno stato d’animo positivo, quando capiamo, sentiamo e condividiamo le emozioni dell’altro, quando non abbiamo fretta né grossi impegni da portare a termine, e quando siamo stati responsabilizzati.

Noi ci comportiamo altruisticamente per molte ragioni: tanti lo fanno per non sentirsi in colpa o perché si sentono legati emotivamente ad un loro simile, si mettono nei suoi panni e vogliono migliorarne la vita; altri sono altruisti per il piacere personale che ne traggono, occuparsi del benessere alrtui contribuisce, infatti, notevolmente a creare il benessere proprio.

Non siamo programmati ad aiutare ad ogni costo il prossimo, fin dalle prime fasi dello sviluppo è bene far capire al piccolo l’idea di “altri” e di adoperarsi per loro, tutto sta nell’insegnargli tale idea o, meglio, nel sapergli dare l’esempio più adeguato.

Empatia e altruismo

Empatia è la capacità di condividere le emozioni degli altri. Quando il piccolo comincia a prendere coscienza di sé e dei propri stati emotivi, comincia anche a cogliere le emozioni degli altri. Già poco dopo il primo anno di vita si hanno dei segni di empatia , ma le manifestazioni più evidenti si hanno tra i 18 e i 24 mesi, quando il bambino tende ad abbracciare chi si dimostra addolorato. Fino ai sei – sette anni, l’attitudine a mettersi nei panni degli altri progredisce. Nel periodo della scuola elementare, le risposte empatiche si affinano: il bambino interpreta meglio i sentimenti altrui, distinguendo una varietà più ampia di emozioni.

Con l’adolescenza emerge un livello di empatia più generalizzato: il ragazzo risponde non solo alla situazione immediata, ma anche alla situazione generale dell’altro.

In campo infantile, Gian Vittorio Caprara, psicologo della personalità all’Università La Sapienza di Roma, ha dimostrato che i bambini che aiutano i compagni hanno un percorso scolastico brillante e riescono a controllare meglio le tendenze aggressive e depressive.

Il bambino deve imparare a soddisfare i propri bisogni, ma deve anche comprendere che altri esseri hanno le stesse esigenze. Bisogna insegnargli quindi ad essere cosciente e riconoscente delle cose ricevute e a condividerle con altri e ad impegnarsi ad aiutare chi ha bisogno ricordandogli che il semplice dispiacersi non risolve i problemi, mentre questi vengono risolti con l’azione.

Il processo di socializzazione

“Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la solitudine, come comunicare con gli altri.”

(Cesare Pavese)

Cosa si intende per socialità? È la tendenza innata a sviluppare legami con gli altri, il bisogno fondamentale di appartenere ad un gruppo. Pur essendo una tendenza comune a tutti gli esseri umani, le differenze di personalità e la varietà delle situazioni portano ciascuno a sviluppare modi diversi di comportarsi nei confronti degli altri.

L’uomo non è sufficiente a se stesso; da solo non può vivere, non può fisicamente e psicologicamente svilupparsi, non può perfezionarsi. Essendo per costituzione un essere sociale deve vivere in una società dove si manifesta nella sua intima essenza, si svolge, si sviluppa, si esprime per mezzo del linguaggio. Fuori di essa l’uomo non avrebbe coscienza, né ragione, né immaginazione, né moralità, né sentimenti, né la consapevolezza di vivere. La socializzazione è l’espressione della vera natura dell’uomo che è tale solo in quanto si trova insieme ad altri esseri, agisce nei confronti dei suoi simili e ne riceve le azioni, è in continua interazione con gli altri e con l’ambiente circostante. Da ciò deriva il motivo per cui il processo di socializzazione investe ogni aspetto della vita, del lavoro, dello svago, degli affetti, cioè, ogni aspetto in cui è presente l’uomo con le sue qualità, i suoi attributi, le sue caratteristiche.

Da queste considerazioni balza evidente la necessità che la società progetti e realizzi per le nuove generazioni piani di educazione capaci di consolidare la propria compagine, di aiutare i giovani a formarsi una coscienza civica e sociale e di comportarsi in ogni manifestazione della vita secondo i migliori principi di socialità.

Nel processo di socializzazione grande importanza spetta alla scuola con le sue leggi, le sue impostazioni, i suoi spazi, le sue strutture. I problemi educativi delle nuove generazioni devono essere affrontati e rivisti unendo i contributi di settori diversi, ma convergenti, il cui oggetto comune è l’educazione, cioè il processo formativo degli esseri umani mediato dalle influenze ambientali di carattere fisico, ma soprattutto psicologico, morale e ideologico.

Diversità

“Vivere in qualsiasi parte del mondo oggi ed essere contro l’uguaglianza per motivi di razza o di colore è come essere in Alaska ed essere contro la neve.”

(David Hume)

Ciascuno di noi appartiene a una famiglia e ad un certo territorio e se questo territorio è lo stesso in cui sono nati i nostri genitori e i genitori dei nostri genitori, abbiamo accanto persone che parlano la stessa lingua, vestono allo stesso modo, mangiano lo stesso tipo di cibi, hanno più o meno le stesse idee su ciò che è bene e ciò che è male, possono avere e praticare la stessa religione, hanno le stesse regole di cortesia, obbediscono alle stesse leggi, nelle scuole vengono insegnate le stesse nozioni scientifiche, artistiche, storiche. Questo insieme di credenze, abitudini, opinioni, è quello che si chiama una cultura. Per rendere un ragazzo cosciente della propria identità culturale, bisogna mostrargli immagini di persone che hanno una identità culturale diversa.

Se non ci fossero differenze, non potremmo capire chi siamo noi: non potremmo dire “io” perché ci mancherebbe un “tu” con cui confrontarci.

La constatazione della differenza può anche indurci a migliorare noi stessi: una delle molle principali dell’apprendimento è l’imitazione dei comportamenti altrui.

Nel bambino piccolo, ciò che appare diverso suscita contemporaneamente curiosità e timore: per istinto di esplorazione, il bambino è attratto verso l’ignoto, per istinto di protezione diffida di ciò che è sconosciuto. Di fronte ad una persona il cui colore della pelle è diverso dal proprio, o che indossa abiti che appaiono insoliti, un bambino di tre o quattro anni esprime curiosità, perplessità e diffidenza e osserva il comportamento degli altri per capire quale è l’atteggiamento da assumere. Spesso il comportamento successivo del bambino è influenzato, più che da ciò che gli adulti dicono, dalle cose che fanno.

“Uguaglianza significa che tutti hanno diritto di essere diversi l’uno dall’altro.”

(William Faulkner)

“Una volta accettato il principio dell’uguaglianza, ci si accorge che, al di sotto delle superfici, le persone sono biologicamente molto simili tra loro. La maggior parte delle differenze tra, diciamo, un aborigeno australiano e uno svedese, riguardano i caratteri fisici esteriori (e naturalmente i tratti culturali), mentre gli organi interni sono esattamente gli stessi. Ne deriva che tutti gli esseri umani devono affrontare gli stessi problemi fondamentali: solo che ogni gruppo elabora risposte diverse per rispondere a tali esigenze comuni”

(Umberto Eco)

Rispettare le differenze vuol dire ammettere che tutti gli esseri umani sono uguali. Tutti abbiamo diritti e tutti abbiamo doveri.

Ogni individuo (uomo, donna o bambino) ha diritto di nutrirsi, di dormire, di muoversi liberamente, di amare chi vuole, di esprimere le proprie idee, di coltivare i propri interessi e i propri gusti personali, naturalmente a patto di non impedire agli altri di fare altrettanto. Per garantire che tutti gli esseri umani godano dei diritti fondamentali, bisogna però privarsi di una parte della propria libertà personale. Non è sempre facile trovare un equilibrio che garantisca a ognuno di mantenere intatte le proprie abitudini senza interferire con quelle degli altri, ciascuna delle parti deve essere disposta a fare qualche rinuncia.

Per mantenere alta l’opinione che ha di se stesso, l’individuo tende ad esaltare l’immagine che ha del proprio gruppo di appartenenza, e contemporaneamente a svalutare quella degli altri gruppi in competizione con il proprio.

Una persona realmente equilibrata non si sente minacciata da ciò che è diverso. Al contrario, la persona debole ed insicura ha paura di ciò che non conosce e che non capisce, perché il confronto con la diversità rischia di mettere in crisi le sue certezze acquisite. Mentre cerca protezione nel proprio gruppo di appartenenza, l’individuo debole può assumere un atteggiamento ostile nei confronti dei diversi e a questo punto subentrano la tolleranza e il razzismo. Infatti, laddove un atteggiamento di apertura verso lo “straniero” rischierebbe di rivelargli che il suo modo di vivere è solo uno dei tanti possibili, il rifiuto preconcetto delle differenze gli regala l’impressione rassicurante di essere in possesso dell’unica verità possibile.

L’intolleranza è anche pensare che tutti gli appartenenti ad una cultura abbiano gli stessi difetti. Il ricorso al pregiudizio è una forma acuta di pigrizia mentale che evita la fatica di giudicare un individuo in base alle sue azioni, di capire le sue ragioni e di metter in gioco se stessi nell’incontro con gli altri. Nella vita quotidiana, tutti noi tendiamo a formarci delle categorie mentali per classificare il mondo, dopodichè attribuiamo a ciascun gruppo una serie di caratteristiche tipiche, alcune delle quali sono condivise da quasi tutti i membri del gruppo, altre sono il frutto di una generalizzazione indebita, se non addirittura un’invenzione.

Il primo modo di reagire negativamente alla diversità è considerare i diversi come persone coi quali non dobbiamo avere a che fare. Il secondo modo è l’offesa verbale. Il fatto di ridere degli altri, di per sé, non costituisce un grosso problema, a patto che si sia disposti a ridere tranquillamente anche di se stessi. Dall’irrisione malevola alla persecuzione il passo non è poi molto lungo.

Altruismo, socializzazione, diversità: perché in età scolare

“Il solo fine della vita è essere quello che siamo e diventare quello che siamo capaci di diventare.”

(Robert Louis Stevenson)

Gli anni della scuola elementare sono caratterizzati da tre aspetti:

  • L’empatia e l’altruismo,
  • Il passaggio della relazione a due a quella di gruppo,
  • La formazione del senso di operosità.

Di empatia e altruismo abbiamo già parlato nei precedenti paragrafi. E’ in questo periodo che il bambino esce dall’egocentrismo e distingue una varietà più ampia di emozioni, arrivando a provare diverse emozioni contraddittorie, è capace di partecipare sia al dolore fisico che al senso di vergogna e di disagio provati dall’altro e può anche rendersi conto che questo non vuole essere aiutato.

Durante gli anni della scuola elementare la vita sociale si sviluppa al massimo, specialmente durante il settimo anno,i bambini tendono a raggrupparsi spontaneamente ed esprimono il desiderio di stare con gli altri. Eccoci quindi alla formazione del gruppo.

Il gruppo di coetanei ha un ruolo importante in questi anni, perché fornisce al bambino soddisfazioni immediate ( si rifugia tra i coetanei con i quali trova molte più occasioni per mostrarsi grande ed essere accettato come tale) e perché ne completa l’integrazione nel più vasto mondo sociale.

In età scolare, il bambino vuole che gli si insegni come cavarsela nelle cose pratiche e come agire con gli altri, egli ha interesse nel fare le cose ed in questo modo affronta il passaggio verso l’operosità, cioè il considerarsi un lavoratore, uno che porta un contributo, uno che si unisce agli altri per giungere ad un obiettivo.

Perché allora l’equitazione integrata?

“Quasi tutto l’apprendimento avviene fuori dell’ aula scolastica.”

(Herbert McLuhan)

  • L’ambiente è ricco di stimoli e facilita l’apprendimento;
  • La presenza dell’ animale responsabilizza, prendersi cura di lui stimola l’empatia;
  • Malgrado le diversità, trovarsi in situazioni nuove per tutti ci rende uguali;
  • Il cavallo si offre come strumento per analizzare le tradizioni equestri del territorio e del resto del mondo, consentendo di verificare uguaglianze e diversità, divenendo punto di unione tra le diverse culture;
  • L’utilizzo del cavallo favorisce l’uso e la lettura del linguaggio non verbale, stimolando la socializzazione;
  • Consolida l’autostima;
  • Favorisce il lavoro di equipe;
  • Permette, anche a chi a scuola ha problemi, di dimostrare le proprie abilità.

“Spesso è facile indovinare come progredirà un popolo dalla cura che ciascuna generazione ha per quella successiva.”

(Urie Bronfenbrenner)

Lucia Roffino, Operatrice Superiore di Equitazione Integrata EQUITABILE®

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