associazione oltre il muro

Il cavallo: un supporto anche all’interno del carcere.

Presso la casa circondariale di Bollate, sin dal 2007, un progetto di reinserimento sociale attraverso la formazione equestre ottiene sempre più consensi e partecipazione attiva.
Un progetto unico in Europa, appoggiato da Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano, con maneggio, scuderia e cinque cavalli per permettere nuovi spunti di inserimento lavorativo rivolto ad alcuni detenuti particolarmente portati e proiettati nella relazione col nobile animale.

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Una nuova frontiera educativa all’interno del carcere

bollateLo sviluppo di attività educative all’interno di strutture chiuse, rigidamente vincolate ad improrogabili sistemi di controllo, ove la persona umana si trova costretta, contro il suo volere, a sottostare a rigide regole con carattere di impositività, si va a infondere una crisi di ruolo che rischia di compromettere gli spazi vitali del lavoro educativo, privato di quelli che da sempre sono considerati i suoi elementi caratterizzanti: la libertà del rapporto, della scelta tra offerte educative diverse, la presentazione di proposte diverse, possibili ed esperibili.

Non possono venire prodotte quelle necessarie e naturali interazioni che in altri contesti educativi assumono dimensioni “fragili ma determinanti” dell’incontro e della scelta che quotidianamente si rinnovano nelle relazioni di aiuto tra educatore e persona.

Il rapporto educativo viene compromesso dai vincoli che la struttura carceraria obbligatoriamente impone, le stesse occasioni di supporto si trovano ad essere sovra determinate, condizionate dal contesto, in una oggettiva situazione di difficoltà e lentezza che blocca, e talora compromette, i contenuti autentici di una relazione interpersonale efficace e spontanea.

L’intima attesa di una libertà spesso lontana da perseguire, il senso di spersonalizzazione e disorientamento, la confusione circa il futuro, la presenza di più attori, alcuni interni alla struttura, altri esterni, che agiscono pressioni ed aspettative, la serie dei comportamenti differenti, spesso divergenti causati dall’incontro-scontro di culture diverse, aprono uno spaccato assai diversificato circa le esigenze individuali, traducibili in altrettante richieste di intervento dell’educatore finalizzate al sostegno, all’accompagnamento, all’orientamento, alla chiarificazione.

L’obiettivo primario del lavoro educativo all’interno delle strutture penitenziarie consiste nell’individuare i bisogni della persona, riconoscendo in questi gli elementi per dar risposte adeguate alle richieste educative, supportando in tal modo il percorso di reinserimento sociale dell’individuo stesso: il bisogno primario del riconoscimento della Persona in quanto tale, contro tutte le spinte di assuefazione e strumentalizzazione; il bisogno della chiarezza circa le norme determinanti l’agire della struttura chiusa sulla persona; il bisogno di individuare punti di riferimento validi e coerenti con i quali interagire. E a partire da questi gettare le basi per tutti i successivi e necessari riconoscimenti per re infondere una solida dignità umana, punto di partenza per riprendere il contatto con la realtà, acquisire nuovi Valori universalmente riconosciuti come positivi e riprendere successivamente in mano la propria vita.

Spesso la persona carcerata manifesta una sorta di apatico negativismo rispetto a questo tipo di proposte, certamente sostenuto dal malessere per la propria condizione; si determinano quindi  alcune differenti modalità per affrontare gli eventi: dalla confortante possibilità di mettere tra parentesi la vita, acquietandosi nel silenzio della propria coscienza, all’altrettanto ambigua possibilità di vivere la vita detentiva come qualcosa di assolutamente altro rispetto alla vita libera, inserendosi, con una gamma differenziata di ruoli, spesso nelle peggiori dinamiche carcerarie.

Vi è un’altra via, sicuramente la più difficile e dolorosa, quella dell’introspezione, che cerca di sintetizzare il presente della reclusione con un passato disintegrato alla ricerca di un futuro che necessita di coerenza, nell’appartenenza alla propria realtà familiare e sociale.

La richiesta di significato, quale vera richiesta educativa della persona che vive nel contesto chiuso, va riconosciuta e mediata; è la sintesi di un intimo lavoro su se stessi di un io che prima o poi deve fare i conti con il proprio passato e con le cause che hanno determinato la detenzione, assumendo la responsabilità dei propri comportamenti, insieme al peso per ridisegnare il proprio assetto, durante e dopo la detenzione. Lo spazio del lavoro dell’educatore, seppur sembra ridursi ancora in seguito a queste considerazioni, si apre tuttavia, qualora queste considerazioni vengano assunte come concrete dimensioni di dialogo e ricerca interpersonale, ad impegni assai interessanti.