Il corso per Mediatori Equestri in Lombardia
In collaborazione con l’ASD “Incontro a Cavallo”, nel week-end del 9-10 GIUGNO 2012 in provincia di Milano avrà luogo il corso di formazione per Mediatori Equestri con specializzazione “Intercultura”.
La nuova sfida di EQUITABILE® vede nelle attività di zooantropologia didattica applicata al cavallo una interessante alternativa per la promozione di iniziative ludico-ricreative dal taglio educativo e risocializzante con attività a terra in maneggio o fattoria.
Il fine principale è quello di fornire spunti di educazione informale mediata dal Nobile Animale per sensibilizzare i più giovani all’inclusione dei più deboli o di coloro a rischio di emarginazione; per questo motivo l’attenzione dei nostri corsi per Mediatori Equestri è particolarmente proiettata al mondo delle diverse abilità e dell’intercultura.
I naturali fruitori dei Progetti di Mediazione Equestre sono gli alunni della Scuola dell’obbligo, i giovani in età evolutiva dei Centri di Aggregazione Giovanile e gli utenti dei Centri per Disabili.
I Progetti di Mediazione Equestre non prevedono il montare in sella.
A prima vista potrebbe venire interpretata come una proposta mutilata dalla grande opportunità di salire sul cavallo, sperimentando attività, vissuti ed emozioni che solo sul suo dorso è possibile apprezzare. Se da un lato questo è vero, dall’altro, questa nuova specializzazione è da considerarsi alternativa al montare in sella: attraverso il lavoro a terra mutuato dal cavallo e grazie ai laboratori didattico – espressivi in aula (club-house) è possibile proporre una diversa occasione di confronto “tra i pari” ed il cavallo in chiave puramente relazionale e referenziale.
I corsi di formazione per Mediatori Equestri sono particolarmente rivolti a Educatori ed Insegnanti o semplici appassionati che desiderano promuovere non solo l’avvicinamento al nobile animale, ma che desiderino sviluppare progetti educativi volti all’inclusione dei più deboli con il tema del cavallo e della relazione che si può andare ad instaurare con esso.
I Progetti di Mediazione Equestre diventano così “proposte aperte” che possono venire adattate alle specifiche esigenze dei differenti fruitori, calibrando non solo il numero di incontri per i singoli gruppi di lavoro, ma bilanciando le attività in aula (che potrebbe essere la stessa sede dell’Ente inviante come Scuola, Centro per Disabili, Centro di Aggregazione Giovanile, Associazione, ecc.) con quelle direttamente a contatto con il cavallo in maneggio.
Termine delle Iscrizioni: 11 Maggio 2012
Proprio perché è esclusa a priori la componente della tecnica equestre i corsi per Mediatori Equestri sono aperti a tutti gli appassionati: non viene infatti richiesta alcuna abilità nel montare a cavallo!
All’interno dell’intero percorso di formazione (2 week-end, specializzazione “Sociale” + “Intercultura” e un breve tirocinio o lezioni con istruttore) il Mediatore verrà indottrinato a gestire in sicurezza gli animali più mansueti per indole e mole nell’attività con i giovani alunni ed otterrà le basi per proporre i Progetti di Mediazione Equestre nelle Scuole e nei Centri di Aggregazione Giovanile o Diurni per Disabili.
- Specializzazione “Sociale”: per promuovere attività di mediazione equestre con particolare attenzione verso le diverse abilità e l’inclusione dei soggetti deboli all’interno di piccoli gruppi di compagni normodotati, per sostenere attraverso il Cavallo l’immagine positiva delle persone disabili voluta dall’Anno Europeo 2003;
- Specializzazione “Intercultura”: partendo dallo spunto verso le diversità etniche, religiose o culturali, si promuovono laboratori didattici ed esperienze a tema equestre finalizzate alla comprensione del valore dell’accoglienza e dell’accettazione, per vivere la presenza dei “nuovi immigrati” o delle cosiddette “seconde generazioni” come occasione di crescita personale e sociale per un mondo dai molti colori!
I moduli delle differenti Specializzazioni sono autonomi l’uno dall’altro, sebbene complementari, e vengono organizzati nella formula week-end “full immersion” per venire incontro alle esigenze dei singoli partecipanti.
Il taglio pratico delle lezioni secondo i moderni metodi di “peer education” (educazione tra pari), riduce al minimo la parte didattica “frontale”, rendendo le giornate di attività particolarmente piacevoli ed interattive!
Cavalli che curano
Si è recentemente tenuto alla Pisana un tavolo tecnico regionale sull’ippoterapia, a seguito della proposta di legge su “Disposizioni relative al turismo equestre, ai centri ippici e all’ippoterapia”. Presentata lo scorso giugno, si tratta di una legge lungamente attesa dal settore che vede in Italia ogni anno almeno venticinquemila persone affette da varie forme di disagio utilizzare il cavallo per attività ludiche, ricreative ed educative o comunque volte a migliorarne lo stato di salute e la qualità della vita…
“Il turismo equestre e l’ippoterapia costituiscono due ambiti fondamentali sui quali abbiamo deciso di investire… Rinnovando l’attenzione a tematiche di particolare valore sociale che possono essere di concreto sostegno per il recupero funzionale e sociale di soggetti con particolari difficoltà e alle loro famiglie“. Così il presidente della Commissione Sviluppo Economico, Innovazione, Ricerca e Turismo, Giancarlo Miele, firmatario insieme ai consiglieri Chiara Colosimo (sempre attiva nelle iniziative a carattere sociale) e Francesco Battistoni (presidente della Commissione Agricoltura), della proposta di legge regionale, e che ha suscitato l’interesse e l’approvazione delle varie associazioni invitate al tavolo tecnico.
E la Tuscia appare particolarmente vocata anche a questi aspetti che riguardano l’impiego dei cavalli nelle attività di recupero ed integrazione di “soggetti deboli”.
Come dimostra il ben noto “Carosello di Villa Buon Respiro” di Viterbo, in cui ragazzi affetti da sindrome di Down in groppa ai loro splendidi pony si esibiscono in molti eventi e manifestazioni equestri a carattere nazionale. In tutto il territorio sono presenti iniziative, magari misconosciute e legate alla buona volontà di singoli proprietari di cavalli o di maneggi, in cui si offre a titolo amichevole l’utilizzo dei cavalli a giovani in stato di disagio, personale o sociale.
Certo, senza alcuna pretesa di offrire interventi professionali di tipo medico o psicologico, ma rispondendo a quelle che sono le antiche tradizioni di accoglienza e di integrazione proprie delle nostre campagne, dove il cavallo è ancora portatore di storie e di memorie, di cultura e costume, e il suo ruolo fondamentale nello sport, lo svago, il lavoro e la compagnia trova anche in questo campo nuove possibilità di valorizzazione e produce benefici particolarmente positivi nei bambini, nei diversamente abili o nei giovani con disagi vari.
Io stesso l’ho potuto constatare, grazie alla disponibilità dell’azienda Stendardi alla Farnesiana, con i ragazzi ospiti di due Case Famiglia, Capitan Harlock di Tarquinia e Piccoli Passi di Roma.
Con la prima, che ospita prevalentemente adolescenti di etnia Rom o provenienti da paesi del Medio Oriente, l’incontro coi cavalli dell’azienda in uno spazio aperto e libero, immerso nella natura, oltre all’aspetto ludico ricreativo, è stato anche una maniera per riscoprire aspetti della loro cultura di origine – dove il cavallo è ancora compagno di vita e di lavoro – e, in prospettiva, occasione di integrazione sociale nel confronto e nella condivisione di un patrimonio culturale comune, costruendo così nuove relazioni interpersonali, conoscenze ed amicizie…
Per i bimbi più piccoli della Casa Famiglia Piccoli Passi i cavalli, ed in particolare Tina, un’anziana maremmana grossa quanto “materna”, hanno fatto quasi le funzioni di una balia, cullandoli e rassicurandoli da un lato, e stimolandone la curiosità e l’autonomia dall’altro, evocando una serie di risposte emotivo-istintive determinate dall’incontro con un animale di grande stazza e ben rappresentato nella dimensione mitica e fantastica; mentre per i ragazzi più grandicelli, nella necessaria condivisione del lavoro e dei cavalli, è stata stimolata quella dimensione etica legata al rispetto e alla comprensione dell’altro, ma anche al rispetto delle regole, delle norme, dei ruoli e dell’impegno da dimostrare durante il lavoro.
Un campo nuovo, quello dell’ippoterapia e delle attività assistite dal nobile animale, ma dal cuore antico, perché da sempre è noto che l’andare a cavallo porta con sé una quantità di sensazioni benefiche: produce senso di indipendenza, offre stimoli acustici, visivi, tattili ed olfattivi particolari, stimola l’attenzione e la volontà, rafforza il senso di sé, induce sentimenti di rispetto e di collaborazione…
Proprio per queste considerazioni è quasi lapalissiano che una buona cavalcata, ma anche la semplice attività col cavallo a terra, sia benefica per tutti, dai bambini ai vecchi e che possa essere utile per sostenere persone bisognose di un qualche tipo di aiuto.
D’altronde l’etimologia stessa della parola, terapia, fa riferimento alla radice greca thar, sostenere, e insieme, al termine théraps, compagno, aiutante – ed è significativo che la radice thèr indichi anche l’animale (specie nei nomi composti, come “teriomorfo”, di forma animale, riferito generalmente a figure mitologiche, tra le quali ci piace ricordare Pegaso, il cavallo alato nato dalla decapitazione di Medusa, e che potremmo prendere a emblema dell’ippoterapia, quasi a dire della libertà riconquistata, della libertà di “volare” lasciandosi alle spalle ciò che di brutto e di pesante ci pietrificava, come lo sguardo della Gorgone.)
In questo contesto è estremamente affascinante scoprire come i miti e le leggende che ci giungono da tempi, tradizioni e culture diverse, e che hanno per protagonista il cavallo, siano in grado di parlarci ancora attraverso quelle modalità proprie del linguaggio simbolico che il prevalere della cultura tecnologica sta attualmente mettendo in ombra in modo francamente preoccupante.
Figlio della Terra e del Mare, associato al Fuoco e all’Acqua, partorito dalla Notte ma capace di trainare il Carro del Sole, il cavallo ci appare presso tutti i popoli e tutte le culture portatore di valenze contraddittorie. Se da un lato rappresenta la memoria del mondo, collegandosi ai grandi orologi naturali della fertilità, dall’altro incarna la bellezza raggiunta attraverso il dominio della spiritualità sulla materia; se da un lato compare negli incubi e nelle cacce diaboliche, dall’altro è il compagno dei santi, degli dei e degli eroi; se da un lato è l’animale delle tenebre e dei poteri magici, dall’altro è il portatore dell’eros, della vitalità primaria, delle forze libidiche inconsce.
Nell’immaginario collettivo è simbolo di libertà senza confini e senza limiti: la sua corsa affascina per la sua misteriosa alchimia di armonia e di forza che induce nel cavaliere l’esperienza di sentirsi tutt’uno col magnifico animale. Il simbolismo psicologico identifica nel cavallo e nel cavaliere il rapporto esistente tra l’Es, l’energia libidica che permea il mondo intero, e l’Io.
La bellezza del cavallo, oltre all’aspetto estetico, è dovuta al suo essere un mite, animale di branco; solo per paura può reagire con gesti convulsi che possono apparire aggressivi: in realtà è un animale che non attacca ma, nel caso, si difende, cerca il contatto ed entra volentieri in comunicazione con chi sappia farsi con lui disponibile a cercare un linguaggio comune.
La relazione uomo-cavallo è così anche il prototipo della relazione sociale con la diversità dell’altro, e insieme la spia della relazione che riusciamo a instaurare con parti importanti della nostra stessa personalità.
Imparare a “fare squadra” con qualcuno che, in quanto erbivoro e animale predato, ha una percezione della realtà molto diversa da quella umana, aiuta a comprendere che le differenze sono fonte di arricchimento e che non vanno temute, ma accolte e integrate.
E infatti la passione per il cavallo, da parte di bambini anche piuttosto piccoli, è qualcosa che tende a manifestarsi con una perentorietà che ha dell’inspiegabile. Sembra un amore innato che li spinge a trovare il modo di avvicinare l’animale senza alcuna paura, malgrado la mole.
Il cavallo, probabilmente proprio per il contatto corporeo intensivo e il movimento altalenante della sua andatura (già il medico Ippocrate, nel 460 a.C., parlava del “benefico ritmo del cavallo“) sembra infatti capace di evocare l’accudimento materno e (per dirla con la terminologia di Winnicott, pediatra e psicoanalista che ha approfondito lo studio dei rapporti madre – bimbo), come la madre capace di sostenere e contenere il soggetto, aiutando a stimolarne l’autonomia.
Nell’andare a cavallo e nel lavoro a terra (accudire ai bisogni dell’animale) si arriva così a sviluppare doti importanti come:
- il rafforzamento della tonicità muscolare e della coordinazione dei movimenti, oltre che la stimolazione dell’attenzione e dell’equilibrio
- il prestare attenzione ai propri movimenti ed alle proprie azioni, che possono anche provocare reazioni poco piacevoli;
- il riconoscere i bisogni dell’altro e rispettare le sue particolarità, capendo di dover investire nel benessere dell’altro per ottenere dei buoni risultati;
- il coraggio per affrontare le situazioni difficili ed impreviste, imparando con esattezza le strategie e le modalità per cavarsela di fronte alle difficoltà che possono presentarsi col cavallo;
- il vedere il mondo da un’altra prospettiva spaziale, che aiuta ad allargare la propria coscienza, e insieme saper osservare ed anche farsi vedere dall’altro;
- il comprendere come un determinato obiettivo si può raggiungere solo facendo collimare e coordinare i movimenti propri con quelli del proprio destriero;
- il riconoscere la necessità di vivere nel qui e ora, lasciando perdere elucubrazioni, fantasie, illusioni e distrazioni pericolose;
- il vivere sensazioni di soddisfazione nel raggiungere gli obiettivi mediati dalla cura del cavallo e dal cavalcare.
È evidente che tutte queste osservazioni portano a far concludere che il cavallo e le attività legate a questo mondo possono risultare veramente utili per ritrovare e migliorare quel rapporto con se stessi, con gli altri e col territorio, che è fondamentale per vivere bene e non perdere il contatto con le nostre radici.
Mario Tuti
Architetto e Dottore forestale
Operatore di agricoltura sociale
Le attività a terra
La partecipazione alla vita di scuderia prevede la messa in atto di molteplici attività comunemente denominate “attività a terra”. Ne possono far parte ad esempio la pulizia dei cavalli, la preparazione del loro cibo, la manutenzione dei loro finimenti o la pulizia degli ambienti.
La tesi di fondo di questo articolo è quella di ribadire la necessità che queste attività non siano considerate elementi accessori, ma vere e proprie attività educative, parti integranti della proposta rieducativa che si vuole mettere in atto con l’aiuto del cavallo.
Una caratteristica importante dell’educazione è infatti quella di trasformare elementi dati per scontati o considerati comunemente di poco valore, in veri e propri strumenti educativi. L’educazione si potrebbe allora rappresentare come quel “cerchio magico” all’interno del quale ogni cosa, anche la più semplice, può diventare educativa, sempre a patto che ci sia un’intenzionalità alle spalle che spinga perché questa divenga tale.
In questo senso i gesti di cura messi in atto attraverso le attività a terra, seppur apparentemente semplici, se inseriti in una cornice di senso, hanno quindi la capacità di trovare significati nuovi rispetto a quelli già conosciuti; in fondo questo è l’obiettivo fondante l’Equitazione Integrata che, attraverso lo sport e la relazione mediata dal cavallo, recepisce un alto valore di tipo educativo per la generalizzazione delle competenze residue della Persona.
Durante le attività a terra il cavallo, il suo ambiente e gli oggetti appartenenti al suo mondo vengono ad assumere la funzione di destinatari di particolari cure e attenzioni da parte degli utenti. Il fatto che persone disabili attraverso queste attività imparino a prendersi cura di qualcosa o qualcuno che è altro da sé non è da considerarsi come un dato trascurabile.
Le persone con disabilità, infatti, tendono spesso a fare un’esperienza della cura come soltanto “subita” e mai “agita”.
Le attività a terra offrono al contrario alla persona disabile l’opportunità di decentrarsi e di sentire che altri possono dipendere dalle proprie cure, offrendo quindi l’opportunità di esperienza di padronanza di sé, di scoperta di potenzialità e di responsabilizzazione attraverso la messa in atto di comportamenti di cura eterodiretti.
Le attività di cura del cavallo dovrebbero inoltre essere articolate in modo da garantire una diversificazione dell’esperienza, permettendo così all’utente una messa alla prova e una sperimentazione di sé e delle proprie capacità, cosa talvolta negata all’interno di ambienti familiari e di vita di molte persone disabili, nei quali un’iperprotettività eccessiva lascia talvolta ridotti o assenti spazi di autonomia e di sperimentazione di sé.
Questa graduale messa alla prova di sé e scoperta delle proprie potenzialità passa anche attraverso una basilare presa di confidenza con il cavallo e nella capacità di imparare gradualmente ad usare correttamente alcuni strumenti quali la striglia, la brusca, il nettapiedi, il pettine o la spazzola. Un efficace utilizzo di questi strumenti richiede conoscenza, abilità, coordinazione, forza, equilibrio, precisione, ma anche un trasporto affettivo verso il cavallo e un valido senso di sé per superare paure e sensi di incapacità. Importante a questo proposito risulta la scelta da parte dell’operatore degli strumenti da utilizzare e delle attività da proporre.
Questi deve infatti considerare la disabilità fisica e\o intellettiva degli utenti per cercare di far emergere nel miglior modo possibile le capacità residue e per evitare di proporre attività che causerebbero l’insorgenza di frustrazioni inutili e non superabili dalla condizione di partenza.
Al contrario invece esperienze pensate, ben strutturate e “su misura”, hanno come conseguenza l’accrescimento della consapevolezza di essere in grado di assolvere un compito, con conseguente soddisfazione e autovalorizzazione della persona disabile.
Risulta infatti essenziale per il raggiungimento di qualsiasi scopo pensare esperienze affrontabili con gli strumenti di cui il soggetto è a disposizione, esprimibili attraverso un linguaggio comprensibile e che non prescindano dalla condizione esistenziale del soggetto ma che anzi usino questa come punto di partenza.
Solo partendo da questo presupposto è possibile offrire al soggetto l’opportunità di lavorare su di sé, ed in particolar modo ad esempio sull’incremento della propria capacità di espressività, sul rafforzamento del legame empatico con il cavallo, sul miglioramento della propria mobilità corporea e sull’acquisizione o l’incremento di “abilità integranti”.
Per “abilità integranti” si vuole qui intendere l’acquisizione o il perfezionamento di abilità utili nella vita quotidiana (come ad esempio il saper utilizzare un coltello), ma anche, allargando lo sguardo, l’acquisizione di strumenti (come la capacità di collaborazione e di comunicazione) necessari per una vita sociale vissuta in modo attivo e da protagonista.
Ogni proposta educativa ha infatti a che fare con la possibilità di determinare cambiamenti, di dar luogo ad apprendimenti che, se realmente tali, non possono essere incisivi solo in un determinato ambito, ma che coinvolgono l’intera esistenza della persona. A questo proposito di grande rilevanza risultano essere anche le modalità di esecuzione di queste attività di cura, ovvero il fatto che queste attività possano essere svolte in gruppo.
All’interno del gruppo per il soggetto disabile è infatti possibile sperimentare come la cooperazione abbia la capacità di incrementare il successo individuale, rendendo possibile con l’aiuto degli altri ciò che da soli non si può fare. All’interno del gruppo è possibile inoltre sperimentare le capacità acquisite, verificandone l’efficacia attraverso il confronto con gli altri. In gruppo viene spesso richiesto dall’educatore di proporre iniziative e di ascoltare quelle degli altri, mentre le regole di comportamento già acquisite (non gridare, rispettare le precedenze, chiedere permesso) acquistano un valore ancora maggiore. L’esperienza del gruppo, in definitiva, offre l’opportunità al soggetto disabile di acquisire competenze diverse, che possono incrementare le capacità sociali e relazionali di partenza.
Importanti risultano poi i luoghi nei quali le attività vengono svolte.
La scelta dei luoghi da parte del Tecnico deve avvenire in base ad alcune necessità (come ad esempio il contenimento, la vicinanza\lontananza dai genitori o la presenza\assenza di rumori) o ad altri obiettivi specifici. E’ importante quindi per l’operatore conoscere i luoghi e gli effetti del loro utilizzo, così che la scelta tra questi non sia casuale o dettata dall’abitudine ma sia consapevolmente presa a seconda dell’obiettivo che ci si è posti.
Il fatto poi che queste attività abbiano la caratteristica di essere svolte all’aria aperta, in un ambiente naturale come può essere quello del maneggio, contribuisce a promuovere il recupero dei valori della natura e della relazione uomo-animale. Questi valori che al giorno d’oggi lentamente vanno perdendosi a causa degli scarsi i tempi di contatto che abbiamo con la natura, devono rimanere sempre al centro di una particolare attenzione.
Essenziale è infine definire il ruolo giocato dall’operatore nell’accompagnare l’utente nello svolgimento delle attività a terra. Questi deve aiutare l’utente a vincere le proprie riluttanze, attutendo le ansie e rinforzando i successi.
L’operatore in ultima analisi acquista valore in questo ambito dal punto di vista professionale quanto più riesce ad essere un mediatore, un collegamento, ad esempio tra l’esperienza e la possibilità di apprendere da questa, tra il mondo del cavallo e quello della persona disabile.
Spesso, presi dall’ansia di trasferire nel soggetto ciò di cui non dispone, per colmare le gravi differenze tra ciò che ha raggiunto e ciò che avrebbe dovuto raggiungere in relazione alla sua età anagrafica, siamo portati a riempire, a pretendere che l’altro ci segua in un percorso da noi prestabilito. Offrire lo spazio per la crescita vuol dire invece non tanto un trasferimento di competenze lungo un percorso di traguardi prefissati quanto invece rendere la possibilità all’altro di sperimentarsi in uno spazio facilitato e definito, occupato dall’operatore non come protagonista ma come attento mediatore.
Partire da questo assunto può aiutare l’educatore a non utilizzare dei “mezzi impropri”, ovvero quei mezzi che sostanzialmente riducono l’handicap senza alcuna collaborazione con chi lo vive in prima persona. Resta invece fuori dubbio il fatto che chi ha un deficit vive la situazione di handicap come protagonista, ed è quindi necessario intendere la riduzione di handicap come un percorso da compiere insieme e non come un’imposizione.
In quest’ottica risulta essenziale ricordare che nel nostro lavoro “il fattore determinante non è il raggiungimento forzato di traguardi fisici, ma il controllo che la persona con disabilità riesce a raggiungere nella vita di ogni giorno. Il grado di disabilità non determina infatti il grado di indipendenza che una persona raggiunge.” (S. Brisenden)
Nicoletta Tortora, Educatrice Professionale ed Operatrice di Equitazione Integrata EQUITABILE®
Seconde Generazioni: il rischio di handicap indotto.
Da qualche tempo a questa parte molti progetti rivolti agli alunni “segnalati” della scuola dell’obbligo vedono sempre più frequente la presenza di bambini “deboli” di origine extracomunitaria.
Le cosiddette “seconde generazioni” (figli di immigrati regolari, stabilizzati in Italia con famiglia al seguito) entrano nel tessuto sociale ed iniziano ad essere parte attiva di un processo di rimodellamento di una Società in evoluzione: una importante risorsa culturale, sociale ed economica che si rivelerà nel tempo una grande occasione di confronto sui nuovi indirizzi educativi e programmatici che il mondo della scuola è chiamato sin da ora ad affrontare.
Il fatto che una importante percentuale di questi bambini sia caratterizzata da “bisogni speciali” ci ha fatto riflettere su un aspetto che non viene ancora sufficientemente considerato nella rieducazione equestre tradizionale ma che, insieme alle disabilità psico-fisiche e relazionali, assume un peso sempre più imponente tra le diverse tipologie di disagio che approcciano alla mediazione con il cavallo: l’handicap indotto.
L’handicap indotto: il risultato del contesto poco stimolante.
Non sono queste disabilità “vere e proprie”, generate dalla menomazione di comparti fisiologici, che non permettono la normale espressione e partecipazione alla vita di tutti i giorni; sono forme di disagio che hanno origine da un contesto sociale poco stimolante, generando –inducendo- l’handicap… lo svantaggio.
Si tratta di soggetti fisicamente ed intellettivamente “integri” che, vivendo (o avendo vissuto per molto tempo) in un ambiente povero di stimoli ambientali o esperenziali, si ritrovano limitati su alcune aree dello sviluppo psicomotorio, evidenziando deficit generalizzati riconducibili ad un oggettivo ritardo delle funzioni mentali, relazionali o motorie.
Spesso è proprio il contesto familiare e la cultura di origine che tendono a rinchiudere il bambino nelle poche e ridotte relazioni del nucleo familiare; spesso gli stessi genitori (alcune volte a causa di molti impegni lavorativi che li tengono lontani da casa per molte ore della giornata) non dimostrano la giusta sensibilità verso gli aspetti socializzanti o verso gli stimoli delle attività extrascolastiche per una crescita organica del figlio…
Ci ritroviamo così bambini con disarmonie e ritardi generalizzati dello sviluppo (il linguaggio ad esempio, dove i genitori parlano solo la lingua di origine) che non permettono il raggiungimento degli obiettivi didattici ed educativi in linea con l’intera classe.
L’impaccio motorio di alcuni, le difficoltà comunicative o un linguaggio poco definito di altri, l’accettazione delle normali regole di comportamento, alcuni problemi di tipo emotivo o affettivo… Tanti rovesci della stessa medaglia che hanno come denominatore comune una ridotta stimolazione volta allo sviluppo armonico del futuro adulto.
Non vogliamo pensare a questi ragazzini come “veri handicappati” perché non lo sono, sebbene siano stati caricati di incompetenze diffuse da un contesto sociale inadeguato.
Queste considerazioni non vogliono essere interpretate come razziste, anzi. Da un certo punto di vista anche l’invasione della tecnologia e del mondo virtuale (internet, i videogiochi, i social network…) carica molti “nostri” giovani -economicamente stabili, socialmente agiti e quant’altro- del cosiddetto handicap indotto.
In questo senso il cavallo e l’attività equestre all’aria aperta possono essere strumento di riappropriazione di competenze in un contesto di apprendimento informale, volto a sviluppare una personalità più forte ed implementare la condivisione delle regole attraverso l’attività pratica.
La tradizionale rieducazione equestre deve così modellarsi alle nuove esigenze educative ed inclusive per contrastare le cosiddette “nuove povertà”; l’equitazione integrata, se proposta nel modo migliore e secondo i basilari principi educativi dell’intercultura, può diventare un valido strumento pedagogico per la normalizzazione delle abilità, non più solamente indirizzata alla mera riabilitazione.
Laboratorio di equitazione integrata per il Cecchi Point
Anche quest’anno è partita l’esperienza con il Cecchi Point (centro educativo e di promozione artistica; www.cecchipoint.it) ed i cavalli del Castello di Monvicino (www.monvicino.it).
Il progetto è dedicato a ragazzi in età scolare e cerca di farli avvicinare ad una realtà differente da quella della città in cui solitamente vivono, ma soprattutto cerca di intrattenerli ed evitare di fargli sprecare il tempo in giro per le strade di Torino.
Il laboratorio di equitazione integrata prevede un contatto con i cavalli per poter imparare a conoscerli nel modo giusto sotto la supervisione di Gioia Mazzoleni,già Istruttrice TEI -SIAEC e psicomotricista, e Letizia Rosas, Operatrice Superiore EQUITABILE®; i ragazzi hanno la possibilità di gestire il cavallo da terra: spostarlo, pulirlo e prepararlo per le lezioni.
Inoltre possono osservare il lavoro alla corda per capirne la sua importanza e successivamente provare loro stessi a lavorare i cavalli da terra.
L’attività prevede che i ragazzi montino a cavallo per imparare a gestire il cavallo in sella; lezione dopo lezione verranno aggiunti dei particolari in un percorso che sarà quello finale dell’ultimo incontro in cui avverrà la simulazione di un concorso equestre (con giuria e premiazione finale).
L’obiettivo è la conoscenza del cavallo nella sua totalità e la conoscenza del proprio corpo in relazione ai movimenti del dorso del cavallo, ma soprattutto il rispetto dell’animale, delle regole e dei tempi di lavoro in scuderia.
Come lo è stato per gli altri anni, si tratta di una esperienza davvero interessante e sorprendente dove si può osservare l’impegno di ragazzi che scolasticamente non sono il “fiore all’occhiello”, ma che se posti in un piccolo gruppo e seguiti riescono ad essere interessati e ad esprimere il meglio di sé.
Il valore del volontariato, della socializzazione e del rispetto della diversità come strumento di crescita.
Volontario, l’esempio giusto
“Volontario è la persona che, adempiuti i doveri di ogni cittadino, mette a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per gli altri, per la comunità di appartenenza o per l’umanità intera. Egli opera in modo libero e gratuito promuovendo risposte creative ed efficaci ai bisogni dei destinatari della propria azione o contribuendo alla realizzazione dei beni comuni.”
(Principio costituente della Carta dei Valori del volontariato)
Dagli ultimi rapporti sul volontariato in Italia , curato dall’Osservatorio nazionale, emerge una diffusione del volontariato più equilibrata sul territorio nazionale; diminuisce la differenza della solidarietà organizzata nelle diverse aree del Paese; cresce l’espressione della cittadinanza attiva, perchè la nascita delle organizzazioni è sempre più caratterizzata dall’iniziativa di gruppi di cittadini rispetto alla tradizionale capacità di affiliazione delle centrali nazionali del volontariato o della promozione ecclesiale. L’identità dei gruppi si definisce più nel servizio e nella tensione verso obiettivi e risultati comuni, più che nella condivisa origine culturale o in una comune visione del mondo, laica o confessionale che sia.
Il settore del volontariato è più strutturato. Le organizzazioni sono sempre più formalizzate, 96 su 100 hanno uno statuto; sono registrate con atto pubblico; dispongono di almeno due organi di governo; la maggioranza ha anche un regolamento interno con cui definisce procedure e linee-guida di azione per gli aderenti.
Si conferma la collocazione principale delle organizzazioni di volontariato nei tradizionali settori delle attività socio-assistenziali e sanitarie. Tuttavia cresce l’incidenza percentuale delle organizzazioni che operano nei settori della partecipazione civica, in particolare negli ambiti della protezione civile, cultura, educazione e promozione sportiva e ricreativa, dando conto di una maggior presenza e impegno attuale del volontariato in tutti i campi del sociale.
Proprio nell’Anno Europeo del Volontariato desideriamo contribuire a sensibilizzare il più alto numero di lettori nell’importanza di sviluppare una rete di partecipazione attiva, soprattutto in un periodo storico dove le differenze sociali ed economiche tendono ad inasprirsi ed a tagliare sempre più di netto il segmento ricco da quello povero, gli inclusi da coloro a rischio di emarginazione.
In questo senso il valore del Volontariato diventa una vitale occasione di contributo nella coesione sociale.
Volontariato = altruismo
Perché ci comportiamo in maniera altruistica?
“L’altruismo è la tendenza alla cura degli altri, che sostituisce in modo costruttivo e gratificante altre tendenze inconsce; è il trarre piacere dal fare agli altri quanto si vorrebbe che gli altri facessero a noi stessi”
Non tutte le persone aiutano gli altri in egual misura, né sono portate ad aiutare in qualsiasi occasione. Siamo più altruisti quando abbiamo chi ci dà il buon esempio, quando siamo in uno stato d’animo positivo, quando capiamo, sentiamo e condividiamo le emozioni dell’altro, quando non abbiamo fretta né grossi impegni da portare a termine, e quando siamo stati responsabilizzati.
Noi ci comportiamo altruisticamente per molte ragioni: tanti lo fanno per non sentirsi in colpa o perché si sentono legati emotivamente ad un loro simile, si mettono nei suoi panni e vogliono migliorarne la vita; altri sono altruisti per il piacere personale che ne traggono, occuparsi del benessere alrtui contribuisce, infatti, notevolmente a creare il benessere proprio.
Non siamo programmati ad aiutare ad ogni costo il prossimo, fin dalle prime fasi dello sviluppo è bene far capire al piccolo l’idea di “altri” e di adoperarsi per loro, tutto sta nell’insegnargli tale idea o, meglio, nel sapergli dare l’esempio più adeguato.
Empatia e altruismo
Empatia è la capacità di condividere le emozioni degli altri. Quando il piccolo comincia a prendere coscienza di sé e dei propri stati emotivi, comincia anche a cogliere le emozioni degli altri. Già poco dopo il primo anno di vita si hanno dei segni di empatia , ma le manifestazioni più evidenti si hanno tra i 18 e i 24 mesi, quando il bambino tende ad abbracciare chi si dimostra addolorato. Fino ai sei – sette anni, l’attitudine a mettersi nei panni degli altri progredisce. Nel periodo della scuola elementare, le risposte empatiche si affinano: il bambino interpreta meglio i sentimenti altrui, distinguendo una varietà più ampia di emozioni.
Con l’adolescenza emerge un livello di empatia più generalizzato: il ragazzo risponde non solo alla situazione immediata, ma anche alla situazione generale dell’altro.
In campo infantile, Gian Vittorio Caprara, psicologo della personalità all’Università La Sapienza di Roma, ha dimostrato che i bambini che aiutano i compagni hanno un percorso scolastico brillante e riescono a controllare meglio le tendenze aggressive e depressive.
Il bambino deve imparare a soddisfare i propri bisogni, ma deve anche comprendere che altri esseri hanno le stesse esigenze. Bisogna insegnargli quindi ad essere cosciente e riconoscente delle cose ricevute e a condividerle con altri e ad impegnarsi ad aiutare chi ha bisogno ricordandogli che il semplice dispiacersi non risolve i problemi, mentre questi vengono risolti con l’azione.
Il processo di socializzazione
“Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la solitudine, come comunicare con gli altri.”
(Cesare Pavese)
Cosa si intende per socialità? È la tendenza innata a sviluppare legami con gli altri, il bisogno fondamentale di appartenere ad un gruppo. Pur essendo una tendenza comune a tutti gli esseri umani, le differenze di personalità e la varietà delle situazioni portano ciascuno a sviluppare modi diversi di comportarsi nei confronti degli altri.
L’uomo non è sufficiente a se stesso; da solo non può vivere, non può fisicamente e psicologicamente svilupparsi, non può perfezionarsi. Essendo per costituzione un essere sociale deve vivere in una società dove si manifesta nella sua intima essenza, si svolge, si sviluppa, si esprime per mezzo del linguaggio. Fuori di essa l’uomo non avrebbe coscienza, né ragione, né immaginazione, né moralità, né sentimenti, né la consapevolezza di vivere. La socializzazione è l’espressione della vera natura dell’uomo che è tale solo in quanto si trova insieme ad altri esseri, agisce nei confronti dei suoi simili e ne riceve le azioni, è in continua interazione con gli altri e con l’ambiente circostante. Da ciò deriva il motivo per cui il processo di socializzazione investe ogni aspetto della vita, del lavoro, dello svago, degli affetti, cioè, ogni aspetto in cui è presente l’uomo con le sue qualità, i suoi attributi, le sue caratteristiche.
Da queste considerazioni balza evidente la necessità che la società progetti e realizzi per le nuove generazioni piani di educazione capaci di consolidare la propria compagine, di aiutare i giovani a formarsi una coscienza civica e sociale e di comportarsi in ogni manifestazione della vita secondo i migliori principi di socialità.
Nel processo di socializzazione grande importanza spetta alla scuola con le sue leggi, le sue impostazioni, i suoi spazi, le sue strutture. I problemi educativi delle nuove generazioni devono essere affrontati e rivisti unendo i contributi di settori diversi, ma convergenti, il cui oggetto comune è l’educazione, cioè il processo formativo degli esseri umani mediato dalle influenze ambientali di carattere fisico, ma soprattutto psicologico, morale e ideologico.
Diversità
“Vivere in qualsiasi parte del mondo oggi ed essere contro l’uguaglianza per motivi di razza o di colore è come essere in Alaska ed essere contro la neve.”
(David Hume)
Ciascuno di noi appartiene a una famiglia e ad un certo territorio e se questo territorio è lo stesso in cui sono nati i nostri genitori e i genitori dei nostri genitori, abbiamo accanto persone che parlano la stessa lingua, vestono allo stesso modo, mangiano lo stesso tipo di cibi, hanno più o meno le stesse idee su ciò che è bene e ciò che è male, possono avere e praticare la stessa religione, hanno le stesse regole di cortesia, obbediscono alle stesse leggi, nelle scuole vengono insegnate le stesse nozioni scientifiche, artistiche, storiche. Questo insieme di credenze, abitudini, opinioni, è quello che si chiama una cultura. Per rendere un ragazzo cosciente della propria identità culturale, bisogna mostrargli immagini di persone che hanno una identità culturale diversa.
Se non ci fossero differenze, non potremmo capire chi siamo noi: non potremmo dire “io” perché ci mancherebbe un “tu” con cui confrontarci.
La constatazione della differenza può anche indurci a migliorare noi stessi: una delle molle principali dell’apprendimento è l’imitazione dei comportamenti altrui.
Nel bambino piccolo, ciò che appare diverso suscita contemporaneamente curiosità e timore: per istinto di esplorazione, il bambino è attratto verso l’ignoto, per istinto di protezione diffida di ciò che è sconosciuto. Di fronte ad una persona il cui colore della pelle è diverso dal proprio, o che indossa abiti che appaiono insoliti, un bambino di tre o quattro anni esprime curiosità, perplessità e diffidenza e osserva il comportamento degli altri per capire quale è l’atteggiamento da assumere. Spesso il comportamento successivo del bambino è influenzato, più che da ciò che gli adulti dicono, dalle cose che fanno.
“Uguaglianza significa che tutti hanno diritto di essere diversi l’uno dall’altro.”
(William Faulkner)
“Una volta accettato il principio dell’uguaglianza, ci si accorge che, al di sotto delle superfici, le persone sono biologicamente molto simili tra loro. La maggior parte delle differenze tra, diciamo, un aborigeno australiano e uno svedese, riguardano i caratteri fisici esteriori (e naturalmente i tratti culturali), mentre gli organi interni sono esattamente gli stessi. Ne deriva che tutti gli esseri umani devono affrontare gli stessi problemi fondamentali: solo che ogni gruppo elabora risposte diverse per rispondere a tali esigenze comuni”
(Umberto Eco)
Rispettare le differenze vuol dire ammettere che tutti gli esseri umani sono uguali. Tutti abbiamo diritti e tutti abbiamo doveri.
Ogni individuo (uomo, donna o bambino) ha diritto di nutrirsi, di dormire, di muoversi liberamente, di amare chi vuole, di esprimere le proprie idee, di coltivare i propri interessi e i propri gusti personali, naturalmente a patto di non impedire agli altri di fare altrettanto. Per garantire che tutti gli esseri umani godano dei diritti fondamentali, bisogna però privarsi di una parte della propria libertà personale. Non è sempre facile trovare un equilibrio che garantisca a ognuno di mantenere intatte le proprie abitudini senza interferire con quelle degli altri, ciascuna delle parti deve essere disposta a fare qualche rinuncia.
Per mantenere alta l’opinione che ha di se stesso, l’individuo tende ad esaltare l’immagine che ha del proprio gruppo di appartenenza, e contemporaneamente a svalutare quella degli altri gruppi in competizione con il proprio.
Una persona realmente equilibrata non si sente minacciata da ciò che è diverso. Al contrario, la persona debole ed insicura ha paura di ciò che non conosce e che non capisce, perché il confronto con la diversità rischia di mettere in crisi le sue certezze acquisite. Mentre cerca protezione nel proprio gruppo di appartenenza, l’individuo debole può assumere un atteggiamento ostile nei confronti dei diversi e a questo punto subentrano la tolleranza e il razzismo. Infatti, laddove un atteggiamento di apertura verso lo “straniero” rischierebbe di rivelargli che il suo modo di vivere è solo uno dei tanti possibili, il rifiuto preconcetto delle differenze gli regala l’impressione rassicurante di essere in possesso dell’unica verità possibile.
L’intolleranza è anche pensare che tutti gli appartenenti ad una cultura abbiano gli stessi difetti. Il ricorso al pregiudizio è una forma acuta di pigrizia mentale che evita la fatica di giudicare un individuo in base alle sue azioni, di capire le sue ragioni e di metter in gioco se stessi nell’incontro con gli altri. Nella vita quotidiana, tutti noi tendiamo a formarci delle categorie mentali per classificare il mondo, dopodichè attribuiamo a ciascun gruppo una serie di caratteristiche tipiche, alcune delle quali sono condivise da quasi tutti i membri del gruppo, altre sono il frutto di una generalizzazione indebita, se non addirittura un’invenzione.
Il primo modo di reagire negativamente alla diversità è considerare i diversi come persone coi quali non dobbiamo avere a che fare. Il secondo modo è l’offesa verbale. Il fatto di ridere degli altri, di per sé, non costituisce un grosso problema, a patto che si sia disposti a ridere tranquillamente anche di se stessi. Dall’irrisione malevola alla persecuzione il passo non è poi molto lungo.
Altruismo, socializzazione, diversità: perché in età scolare
“Il solo fine della vita è essere quello che siamo e diventare quello che siamo capaci di diventare.”
(Robert Louis Stevenson)
Gli anni della scuola elementare sono caratterizzati da tre aspetti:
- L’empatia e l’altruismo,
- Il passaggio della relazione a due a quella di gruppo,
- La formazione del senso di operosità.
Di empatia e altruismo abbiamo già parlato nei precedenti paragrafi. E’ in questo periodo che il bambino esce dall’egocentrismo e distingue una varietà più ampia di emozioni, arrivando a provare diverse emozioni contraddittorie, è capace di partecipare sia al dolore fisico che al senso di vergogna e di disagio provati dall’altro e può anche rendersi conto che questo non vuole essere aiutato.
Durante gli anni della scuola elementare la vita sociale si sviluppa al massimo, specialmente durante il settimo anno,i bambini tendono a raggrupparsi spontaneamente ed esprimono il desiderio di stare con gli altri. Eccoci quindi alla formazione del gruppo.
Il gruppo di coetanei ha un ruolo importante in questi anni, perché fornisce al bambino soddisfazioni immediate ( si rifugia tra i coetanei con i quali trova molte più occasioni per mostrarsi grande ed essere accettato come tale) e perché ne completa l’integrazione nel più vasto mondo sociale.
In età scolare, il bambino vuole che gli si insegni come cavarsela nelle cose pratiche e come agire con gli altri, egli ha interesse nel fare le cose ed in questo modo affronta il passaggio verso l’operosità, cioè il considerarsi un lavoratore, uno che porta un contributo, uno che si unisce agli altri per giungere ad un obiettivo.
Perché allora l’equitazione integrata?
“Quasi tutto l’apprendimento avviene fuori dell’ aula scolastica.”
(Herbert McLuhan)
- L’ambiente è ricco di stimoli e facilita l’apprendimento;
- La presenza dell’ animale responsabilizza, prendersi cura di lui stimola l’empatia;
- Malgrado le diversità, trovarsi in situazioni nuove per tutti ci rende uguali;
- Il cavallo si offre come strumento per analizzare le tradizioni equestri del territorio e del resto del mondo, consentendo di verificare uguaglianze e diversità, divenendo punto di unione tra le diverse culture;
- L’utilizzo del cavallo favorisce l’uso e la lettura del linguaggio non verbale, stimolando la socializzazione;
- Consolida l’autostima;
- Favorisce il lavoro di equipe;
- Permette, anche a chi a scuola ha problemi, di dimostrare le proprie abilità.
“Spesso è facile indovinare come progredirà un popolo dalla cura che ciascuna generazione ha per quella successiva.”
(Urie Bronfenbrenner)
Lucia Roffino, Operatrice Superiore di Equitazione Integrata EQUITABILE®














