EQUITABILE® il Corso Assistenti
In un clima di grande partecipazione un folto gruppo di nuovi amici ha concluso il primo appuntamento formativo nel campo dell’equitazione integrata.
“Tante emozioni, un clima splendido, argomenti interessanti” - ha detto Giorgia al termine dei sei giorni di corso.
In effetti è stata questa l’occasione per creare un livello di affiatamento nel gruppo di lavoro che per la prima volta si è dimostrato all’altezza delle migliori aspettative in materia di sensibilità, partecipazione e coesione; merito di un’organizzazione capillare e puntigliosa sin dalle prime battute.
Ecco il video ufficiale dell’ultimo corso assistenti EQUITABILE®!
Mettiti comodo e goditi il video!
Il Cavallo: un “magico facilitatore”
Attualmente ho la fortuna di vivere in un contesto rurale e di poter raggiungere in un soffio il maneggio della mia amica Laura…….da questa opportunità è nato spontaneamente il connubio tra i suoi cavalli e la mia professionalità nel settore educativo.
In una giornata autunnale,dove i colori della natura sono dorati e il cielo è terso,ho portato con me S.,una ragazzina (12 anni) oppositiva,disorganizzata e sfaticata;per gioco l’ho nominata “Cenerentola dei cavalli” e abbiamo iniziato a pulire i recinti. Per continuare la nostra attività abbiamo scelto Gemma, cavallina docile, paziente ma esigente nel rispetto……..tanto che, se usate maniere brusche o troppo coercitive,si dirige verso la staccionata addormentandosi come risposta alle provocazioni e lasciando disarmato chi è sopra. Continua a leggere
La Gestione del Cavallo da Terra
LA CONFIDENZA CON IL CAVALLO
Si intende per confidenza con il cavallo la capacità di rapportarsi in sicurezza con quest’ultimo nelle differenti situazioni. E’ indispensabile aver acquisito una profonda conoscenza del linguaggio e degli atteggiamenti corporei del cavallo in modo da poter costruire un rapporto armonico e costruttivo che permetterà di ridurre al minimo difetti di comunicazione che spesso conducono a comportamenti problema difficili da risolvere o timori o – peggio- fobie che possono allontanare il cavaliere.
Come questa conoscenza è fondamentale nel bagaglio culturale ed esperenziale dell’Operatore, così è importante condurre l’allievo attraverso un percorso (ragionevolmente lungo ed introduttivo) di avvicinamento all’animale ed al suo ambiente per creare le basi di confidenza, affettività e rispetto verso il cavallo.
Parallelamente questo stimola anche il consolidamento di una relazione positiva con l’Operatore stesso che nelle fasi successive sarà notevolmente avvantaggiato nel far superare all’allievo i piccoli o grandi “ostacoli” che impone il montare in sella se avrà creato un buon livello di fiducia nei suoi confronti.
- Interpretare gli atteggiamenti del cavallo;
- Il linguaggio corporeo del cavaliere;
- Il tono della voce;
- Il campo visivo del cavallo;
- Come avvicinare il cavallo nelle diverse situazioni.
METTERE LA CAPEZZA
Mettendoci sulla sinistra del cavallo, dobbiamo passare alla lunghina sopra il collo e tenerla ai suoi capi con la mano destra, tenendola alla base della testa del cavallo; per tenere l’animale sotto controllo, possiamo passare il braccio destro intorno al muso per contenere la sua testa.
Presa la capezza possiamo ora infilarla sul muso dell’animale e successivamente la chiudiamo o sotto la gola o al montante in funzione dalla tipologia di capezza utilizzata; una volta chiusa controlliamo il suo posizionamento: devono passare comodamente due dita sopra la nuca, due dita sul naso ed assicurarsi che l’anella sia due dita sopra l’osso dello zigomo.
IL CAVALLO ALLA LUNGHINA
Per poter condurre in sicurezza il cavallo è necessario assicurare sempre la lunghina alla capezza: mai portare in giro l’animale (anche per brevi e conosciuti percorsi) con la sola capezza tenendolo con la sola mano destra!
Il cavaliere, mettendosi sul lato sinistro del cavallo, la impugnerà con la mano destra a circa 15 cm dal moschettone mentre la sinistra impugnerà la parte rimanente tenuta a 8, avendo cura di non arrotolare la longhina nella mano, tanto meno lasciandola cadere a terra con elevato rischio di inciampare (o incordare il cavallo).
CONDUZIONE ALLA LONGHINA
Il cavaliere è posizionato alla sinistra, tra la spalla e la testa del cavallo; per indurre l’avanzamento è sufficiente iniziare a camminare e creare una leggera pressione con la mano destra sulla corda, magari con un leggero supporto vocale.
Se il cavallo si “impunta” è sufficiente spostarlo leggermente sulla sua destra per liberare l’arto sinistro dal suo peso e squilibrarlo: in questo modo l’animale è naturalmente obbligato ad avanzare con lo stesso arto ed iniziare a camminare.
Importante non solo la posizione del cavaliere tra la spalla e la testa dell’animale ma anche il mantenimento dell’angolo al gomito del braccio destro aperto per mantenere distanza dal raggio d’azione degli anteriori soprattutto in curva e in situazioni come piccole rampate di noia o scarti laterali (all’Assistente è sempre consigliato di calzare le scarpe antinfortunistiche per evitare “pestoni”).
Per fermare l’animale sarà sufficiente creare una pressione sempre più incisiva fino all’ottenimento della richiesta verso il petto del cavallo: tirare verso di se non fa altro che spostare il retro treno dell’animale all’esterno con conseguente possibile innalzamento del livello di ansia del cavaliere (se in sella).
Nei cambi di direzione è preferibile effettuarli verso destra per mantenere una più adeguata distanza di sicurezza dal cavallo attraverso lo spostamento della mano più vicina alla capezza verso destra ponendo attenzione che l’animale non “dia di collo” facendoci cadere nel raggio di azione dei suoi anteriori. Per richiedere un cambiamento di direzione a sinistra si effettueranno le stesse azioni in quel senso di marcia avendo cura SEMPRE di adattare la curva alle dimensioni dell’animale stesso ed all’andatura impressa (oltre al livello di abilità e di ansia del cavaliere se in sella).
COME LEGARE IL CAVALLO
Il cavallo dev’essere legato facendo attenzione alla altezza del punto d’attacco che non deve essere mai sotto il garrese; la lunghezza della lunghina sarà in proporzione al collo e altezza del cavallo in modo da non essere troppo lungo da creare pericolo di incordature o troppo corto per non innescare comportamenti fobici dell’animale conscio di troppa costrizione.
IL NODO DEVE SEMPRE ESSERE DI SICUREZZA quindi di facile snodo per il cavaliere e contenitivo per il cavallo; mai legare un cavallo dalla bocca attraverso le redini!!!
La Relazione Educativa
Ciascuno di noi si trova a vivere entro una fitta rete di relazioni sociali, ma ciascuno può dire di avere una pluri-appartenenza specifica a determinati contesti che sono appunto la famiglia, la scuola o il contesto di lavoro, una qualche associazione o gruppo di pari (gli amici), una comunità di fede e, non da poco, la partecipazione alla mass-medialità.
La famiglia anzitutto; è di principio una comunità d’amore ed in essa si struttura la personalità di ognuno. La presenza di un figlio con disabilità produce delle alterazioni nelle dinamiche interpersonali, già peraltro definite nel modulo di Assistenti.
La scuola è incaricata dalla società a realizzare l’acculturazione dei giovani insieme alla formazione etico-morale delle nuove generazioni.
La presenza del deficit nella scuola di tutti, laddove trova personale educativo preparato (e, purtroppo non è sempre così…), diviene una delle occasioni più importanti e significative per aprire le nuove generazioni ad orizzonti etici inimmaginabili.
Il concetto di integrazione porta i professionisti della scuola a rivedere gli stessi concetti di cultura e civiltà. La presenza di un disabile nella scuola è l’occasione per rivedere modalità organizzative, progetti e programmazioni, contenuti e metodi di insegnamento e di apprendimento.
Lo stesso dicasi quando dal lavoro scolastico si passasse al lavoro in azienda. Continua a leggere
Il Disagio giovanile in una Società in evoluzione
L’attuale contesto socio culturale vede sempre più impellente il problema delle nuove generazioni che troppo spesso sembrano vuote di valori ed apparentemente molto superficiali nell’affrontare le insidie della modernità.
Recentissimamente la Commissione Europea ha colto l’allarme di un disagio giovanile che appare realmente preoccupante per numeri e stime di crescita, segno di una deficitaria attenzione nei riguardi dei più giovani da parte del mondo degli adulti, dalle famiglie, sempre più concentrate su problematiche lavorative o con difficoltà interne di origine culturale o economica, alla scuola, troppo spesso lontana dalle reali necessità dei giovani, ai servizi sociali, i cui fondi sono sempre più esigui per sostenere progetti di reinserimento o di supporto.
La famiglia è il primo nucleo sociale per eccellenza, il luogo di origine della formazione della personalità e dei valori fondanti l’adulto del domani; per questo si vuole fornire una panoramica del disagio sociale ed economico in relazione al contesto familiare nelle nostre città o province italiane.
Premesso che la situazione nazionale è molto differente tra nord e sud e tra le grandi città e i paesi di provincia, ci sforzeremo a fornire un quadro abbastanza generico ma concreto sull’argomento al fine di porre alcuni spunti di riflessione ed occasioni di propositività.
Il dopoguerra si è rivelato lo spartiacque tra una società prevalentemente basata su un’economia rurale ad un sistema che, con il boom economico, ha visto certamente fiorire al nord le grandi industrie ed un successivo sviluppo di un terziario avanzato; il mezzogiorno, con i suoi storici ed anacronistici problemi, percepisce un certo miglioramento delle condizioni socio economiche anche se ancora molto arretrate per effetto di una politica non particolarmente efficace nei suoi confronti. Il vecchio fenomeno del brigantaggio, ora mutato in organizzazioni mafiose più o meno complesse rende ancor più difficoltoso il decollo di una società meridionale in affanno e poco sostenuta.
Le grandi città del nord hanno conosciuto nel dopoguerra un’ondata di immigrazione dal sud Italia, sviluppando ai suoi margini ampi quartieri di case popolari e “quartieri dormitorio” poveri di infrastrutture, abitati soprattutto da famiglie a basso reddito e lavoratori con bassa qualifica professionale. In questi stessi quartieri si insediano oggi i nuovi immigrati, provenienti da Paesi extracomunitari, anch’essi spesso impiegati in lavori scarsamente qualificati e appartenenti a nuclei familiari a basso reddito: il disagio permane essenzialmente in queste nuove fasce deboli che si aggiungono ai nostri connazionali gravati da problematiche similari.
Non si tratta esclusivamente di un problema puramente economico: più spesso si tratta di un disagio multisfaccettato in cui agiscono varie componenti, tra le quali è difficile individuare quali siano le cause e quali gli effetti. Condizioni ecologico-ambientali spesso sfavorevoli e contesti marginali in cui le fasce deboli si concentrano sono una componente fondamentale ma non solo: altri fattori determinanti risultano le difficoltà relazionali, la salute fisica e la salute mentale oltre ai pregiudizi e difficoltà di integrazione dettate dalle diversità in genere (culturali, religiose…).
Un accenno doveroso alle cosiddette “seconde generazioni”, ossia i figli di questi immigrati che ora si trovano, nel bene o nel male, integrati nel nostro mondo in quanto lavoratori, residenti e cittadini italiani a tutti gli effetti; giovani ragazzini che si stanno già approcciando alle nostre scuole e che spesso risultano gli emarginati nel gruppo-classe dei bambini italiani. Alcune volte queste diversità diventano pretesto per strumentalizzare i nostri sistemi educativi o la nostra cultura a favore o contro la loro…
Il disagio è il precursore di possibili comportamenti antisociali e/o illegali: per questo motivo la politica nazionale e locale mette in atto quanto può per prevenire questa potenziale reazione a catena con potenziamento dei servizi rivolti alle fasce deboli e degli interventi di prevenzione, di cura, di mediazione familiare oltre ad azioni di repressione e prevenzione di azioni criminose e controllo dei flussi migratori extracomunitari.
Non vogliamo però far credere in maniera troppo generica che queste problematiche siano solo di appannaggio di questi segmenti della società: mutamenti culturali e crisi di valori influiscono anche sui contesti familiari in cui maturano nuove forme di disagio relazionale; lo stesso ruolo genitoriale sembra connotato dall’incertezza e dall’assenza di punti di riferimento.
Se prima, da una generazione all’altra tutto era abbastanza scontato e ci si passava i precetti educativi di padre in figlio, ora i punti di riferimento sono molteplici, spesso poco definiti, e questo provoca sicuramente molti dubbi su cosa fare, come comportarsi. Per esempio i sensi di colpa sono all’ordine del giorno, i genitori si percepiscono come poco capaci; c’è anche una tendenza a drammatizzare i piccoli eventi nei rapporti tra genitori e figli.
Anche nella cultura familiare i valori umani e relazionali sembrano sempre più sostituiti dai valori del guadagno, del consumo, dell’apparire… C’è una sorta di autocentratura sul figlio per quello che riguarda i beni materiali: troppo spesso viene concesso al giovane tutto quello che il genitore non ha avuto in gioventù per non farlo sentire o apparire “diverso”; è come se il legame affettivo passasse sulle concessioni o queste ultime fossero il surrogato all’affetto ed alle attenzioni che spesso non vengono fornite ai figli per i motivi più differenti (superficialità, impegni, credenze materialistiche..).
Ecco perché molti ragazzini apparentemente “fighi” perché posseggono il cellulare, vestono abiti di marca o hanno vistose disponibilità economiche hanno per contro sempre più evidenti difficoltà relazionali con i genitori. L’apparire diventa quindi elemento di distinzione a scapito dell’essere, contribuendo in maniera esponenziale ad un vuoto di valori che rischia di invadere le nuove generazioni.
La debolezza delle relazioni intrafamiliari mina dall’interno la disponibilità ed il tempo per il dialogo, la condivisione, la trasmissione di valori e lo scambio di beni affettivi; tutto questo è sostituito da surrogati che mantengono viva l’illusione di un benessere familiare, per cui lo scambio, la trasmissione, avvengono a livello delle cose, degli oggetti.
I valori che di fatto vengono comunicati sono il successo, l’ambizione ed la possibilità economica, un obiettivo che non per tutti è facile da raggiungere e che ha un evidente impatto sulle caratteristiche del disagio economico e sociale degli strati più deboli delle famiglie.
La cultura dominante valorizza chi è più produttivo, più efficiente, chi ha successo, chi ha maggiore potere economico e può quindi essere un migliore consumatore, garantendo la conservazione e riproduzione dell’impostazione economica e culturale della società stessa. Essa fornisce quindi modelli a cui tendere, criteri entro i quelli una persona può sentire la propria immagine come accettabile -o meglio- socialmente apprezzata; criteri ampiamente diffusi attraverso i mass media, che creano forti spinte al conformismo mettendo in condizione le famiglie che non rientrano in questi canoni “socialmente valorizzanti” di aggiungere al disagio economico quello legato all’appartenenza sociale con conseguente creazione di fondate basi di rischio di marginalità.
Questi modelli irraggiungibili e futili, aggiunti al mito del guadagno e la fragilità delle relazioni alimentano sempre di più il disagio giovanile, fino alla devianza vera e propria: le cronache parlano sempre più diffusamente di baby gang o di bulli di quartiere o di classe che prevaricano i più deboli o i compagni apparentemente “diversi”: crediamo che un’inversione di rotta sia necessaria e che il seme del cambiamento debba ricercarsi all’interno delle famiglie in concertazione con le istituzioni che però non possono e non devono sostituirsi all’impegnativo compito educativo dei genitori.
Qual è il compito di un Operatore di Equitazione Integrata dal punto di vista psicologico?
L’attività con il cavallo ha lo scopo di fornire a soggetti con difficoltà uno strumento in grado di esaltare una particolare capacità gestionale, quella cioè di controllare un essere particolarmente responsivo.
Non è più una persona disabile a dover rispondere alle richieste provenienti dall’ambiente, a giocare un ruolo tendenzialmente passivo, sul cavallo è lei ad acquisire crescente controllo dell’animale, col quale è possibile instaurare un rapporto emotivamente significativo.
Il ruolo dell’Operatore è quindi quello di assicurare un buon livello di relazione e di sviluppare un ambiente adattivo ed educativo.
La relazione.
Gli stili di relazione possono influenzare direttamente il rapporto tra operatore ed utente; si distinguono in:
- Prescrittivo: sostituisce l’autodeterminazione e non favorisce il problem solving;
- Punitivo: provoca ansia con conseguente possibilità di instaurarsi di comportamenti problema;
- Socratico: favorisce autodeterminazione ed autonomia; è lo stile educativo per eccellenza, quello che conduce ad una vera crescita della personalità e sviluppa le competenze.
L’ambiente adattivo ed educativo.
La creazione di un contesto di questo tipo permette di:
- Offrire alle persone stimolazioni adeguate;
- Far scaricare emotivamente e da un punto di vista motorio in modo organizzato;
- Garantisce un certo grado di stabilità.
Come si ottiene uno stile educativo socratico?
Attraverso una comunicazione assertiva.
Come si ottiene un ambiente adeguato ed assertivo?
Attraverso la task analysis e strategie per implementare comportamenti adeguati.
L’ASSERTIVITÀ
Assertività significa manifestare i propri sentimenti ed emozioni in maniera sincera ed adeguata. La comunicazione assertiva può essere sia verbale che non verbale; essa vuol dire dimostrare per noi stessi lo stesso rispetto che portiamo agli altri.
L’assertività:
-
Consente di agire nel nostro maggior interesse;
-
Aiuta ad affermare le nostre opinioni senza scatenare ansia ed a esprimere le nostre emozioni in maniera sincera;
-
Rende possibile affermare i nostri diritti personali senza negare quelli degli altri;
La comunicazione assertiva significa:
- Abilità di conversazione;
- Abilità protettive;
- Comunicazione non verbale
La comunicazione assertiva non significa ottenere ciò che vogliamo, significa comunicare basando l’interazione sul rispetto reciproco.
Lavorare con una persona disabile può far scaturire emozioni: talvolta la relazione può risultare difficoltosa, in quanto la comunicazione di un soggetto con ritardo è più diretta e priva di filtri: ciò può essere vissuto dall’operatore come un’aggressione o un senso di rifiuto sviluppando in lui sensi di colpa.
Quando si entra in relazione con una persona con disagio, di qualsiasi tipo possa essere, si avverte il bisogno di erigere delle difese per evitare paure o ansie: ciò può provocare delle barriere che compromettono la comunicazione.
Il comportamento assertivo è l’unico modo per affrontare ogni situazione vista come “problematica”.
Come affrontare, quindi, un comportamento che viviamo come aggressivo?
- Riflessione: rispondete dimostrando di aver capito il messaggio; se lo desiderate, aggiungete informazioni,mostratevi aperti o, altrimenti ponete dei limiti;
- Asserzione ripetuta: piuttosto che giustificare sentimenti personali, opinioni o desideri, ripetete il punto di partenza;
- Esprimete le vostre supposizioni circa l’opinione dell’aggressore e rimanete in attesa di una risposta;
- Ricorrete ad affermazioni in prima persona del tipo “io penso”, “io sento”…;
- Rivolgete domande: aiutano l’individuo a divenire più consapevole di comportamenti e reazioni immotivate;
- Interruzione: sospendete la discussione e fate una pausa. Tele comportamento si rivela utile quando si intenda pensare ad una risposta adeguata o quando si intende rifiutare una richiesta;
- Ripetizione: se l’interlocutore sembra che non vi stia ascoltando, ponete domande tipo “che cosa hai capito di quello che ti ho detto?”
- Inversione del feedback. Chiarire ciò che vi è stato detto ripetendolo di nuovo:”stai dicendo di si?”
Renderci conto dei nostri sentimenti rispetto al soggetto con disagio ci può aiutare a comprendere che le emozioni sono una reazione interiore spontanea, correlata al nostro modo di interpretatare le esperienze e gli eventi.
Con il tempo, inizieremo a renderci conto che la maniera in cui scegliamo di considerare o interpretare i fatti ha un impatto significativo su come ci sentiamo a livello emozionale. Non siamo responsabili dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti.
Per ridurre ansie e paure è utile parlare con sincerità di quello che ci crea difficoltà.
Come Muoversi in un Box
La prima cosa da fare per entrare in un box, per qualsiasi ragione, è attirare l’attenzione del cavallo; è buona norma mettergli la capezza e farlo attirandolo verso la porta, chiamandolo, porgendogli una mano come se avessimo qualcosa da mangiare.
Mettere la capezza al cavallo (ovviamente stando dentro al box stesso) riveste una notevole importanza in quanto ci da la possibilità di tenerlo sotto controllo o di prenderlo in caso di necessità; è una cattiva abitudine quella di manovrare il cavallo con la sola capezza perché con uno strattone potrebbe facilmente liberarsi dalla nostra presa.
Buona norma è sempre quella di gestire il cavallo con capezza e longhina per avere una possibilità di una presa sicura ed agevole nello stesso tempo.
Per mettere la capezza bisogna far si che non sia l’uomo ad andare verso il cavallo: fermarsi sulla porta ed attrarre il cavallo verso di noi è la migliore soluzione.
All’interno del box è sempre bene muoversi con prudenza , o una “calma decisione”, ma la cosa più importante è di evitare che l’animale si metta tra noi e la porta togliendoci quindi la possibilità di uscire velocemente in caso di necessità.
Non tutti i cavalli però gradiscono di farsi prendere, bisogna in quel caso metterlo in condizione di restare fermo il più possibile facendo molta attenzione ai posteriori, perchè il cavallo che non vuol farsi prendere da il più delle volte il posteriore verso la porta o, se siamo già nel box, tende a girarsi con decisione, in modo tale che l’uomo non possa arrivare alla sua testa.
E’ buona regola, per tutte queste ragioni, tenere sempre la porta socchiusa per agevolare una “uscita di emergenza”.
Se il cavallo è spaventato o maleducato la messa della capezza può risultare un’operazione abbastanza lunga: non perdiamo la calma perché peggioreremmo solo la situazione.
Messa la capezza, per portare fuori il cavallo dobbiamo evitare di stringere troppo la curva perché spesso i cavalli tendono ad affrettare l’uscita (o l’ingresso) dal box; farlo girare all’interno del box stesso per metterlo in direzione della porta ed uscire dritto è la cosa migliore;l’importante è che si entri o si esca dal box sempre dritti e con un movimento non affrettato.
La ragione è molto semplice: uscire e girare subito può far si che l’animale possa forzare in rotazione sulle spalle e che possa, spostandosi lateralmente, battere la punta dell’anca sulla spigolo del muro o della porta con conseguenze che a volte possono essere anche gravi.
Altra ragione è quella di evitare di essere schiacciati contro la porta dal cavallo, con il rischio di farsi male e di lasciarsi sfuggire la longhina.
Non dimentichiamo che il nostro mite e timido cavallo pesa alcuni quintali, che i suoi piedi sono resi ancor più pericolosi dai ferri ed i suoi incisivi sono assai robusti, quindi dalla sua tranquillità dipende la nostra sicurezza.
E’ importante ricordare che non esistono cavalli cattivi, ma cavalli maleducati per incompetenza del cavaliere oppure cavalli che temono l’uomo o che sono stati incattiviti dall’uomo a seguito di maltrattamenti e, come tutti i timidi, quando hanno paura attaccano per timore di essere attaccati.
Ricordiamoci che anche il cavallo più ombroso,preso con la dovuta pazienza e con dolcezza, può diventare un cavallo tranquillamente gestibile: tutto questo non esclude completamente la necessità di ricorrere ad un’eventuale punizione, non ci dimentichiamo che nel rapporto con il cavallo noi svolgiamo anche un compito da educatori e di addestratori.
Esattamente come un genitore che punisce un bambino, con le dovute proporzioni, si potrà dare la punizione al cavallo, ma deve essere sempre una punizione giustificata, tempestiva e mai dettata dalla rabbia o dal nostro spavento per una sua reazione; non è necessaria la classica “legnata”, spesso è sufficiente un richiamo vocale con il giusto tono.
In natura il cavallo ha a disposizione grandi spazi in cui muoversi e raramente gli viene preclusa ogni via di fuga;è logico che in un posto ristretto come la scuderia o il box, se si spaventa, tende ad esagerare la reazione.
Nel suo box l’animale tende a difendere il suo territorio; deve quindi fidarsi dell’uomo per accettarne la vicinanza e permettergli di entrarvi.
Noi dobbiamo fidarci di lui, non temerlo, se vogliamo che questo animale tanto sensibile si fidi di noi; se abbiamo paura lui percepirà il nostro malessere e cercherà di individuarne la causa con due risultati possibili: se è giovane penserà: “se hai paura tu,allora mi spavento anch’io!!”; se è un cavallo smaliziato approfitterà della situazione rendendo difficile, se non impossibile, l’interazione con lui stesso.
Alcune domande importanti saranno certamente fonte di riflessione:
- Come far entrare o uscire dal box il cavallo?
- Come condurlo?
- Come comportarsi se bisogna pulire il box?
- Come portarlo al paddock?


